Il prefetto di Venezia fa ricorso, riesce a fare avocare un’inchiesta che lo riguardava a Gorizia, per un’associazione per delinquere legata alla gestione degli stranieri richiedenti asilo, ed ora ottiene anche una richiesta di archiviazione. Vittorio Zappalorto è stato prefetto di Gorizia dal dicembre 2013 al luglio 2015, prima di essere nominato commissario del Comune di Venezia decapitato dallo scandalo Mose. Durante quell’anno e mezzo il rappresentante del governo si occupò del Centro di identificazione ed espulsione e del Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Gradisca d’Isonzo. Era poi finito nel registro degli indagati in un’inchiesta condotta dal sostituto procuratore Valentina Bossi per concorso esterno in una associazione a delinquere che ruotava attorno alle cooperative che avevano vinto gli appalti e che avrebbe commesso una serie di reati, tra cui la turbativa d’asta, la truffa aggravata e alcuni falsi.

A gennaio 2019 Zappalorto aveva ricevuto (assieme a una quarantina di persone) l’avviso di conclusione delle indagini con contestazioni relative alla gara da quasi 17 milioni di euro che la onlus Connecting People di Trapani si era aggiudicata per gestire il Cie e il Cara. Al prefetto veniva contestato di aver chiuso un occhio su quanto avveniva in quelle strutture: negate sigarette, schede telefoniche e contributi in denaro agli ospiti per 231mila euro; superaffollamento dei locali; omesso controllo su fatture per 2 milioni 600 mila euro presentate da Connecting People e versamento di 4 milioni di euro come liquidazione alla stessa cooperativa, dopo che il contratto era stato rescisso.

Gli avvocati Marco Cappelletto e Daniele Grasso, difensori di Zappaloroto, nell’aprile 2019 avevano presentato una memoria difensiva. Ma siccome la procedura sembrava essere caduta nell’inerzia, hanno chiesto che Trieste avocasse l’inchiesta. La Procura Generale non solo ha acquisito il fascicolo, ma adesso ha chiesto l‘archiviazione per Zappalorto e per l’ex viceprefetto di Gorizia, Sandra Allegretto. Il sostituto Carlo Maria Zampi scrive: “I vari illeciti sono del tutto privi di fondamento (…) L’intera architettura accusatoria è un apodittico e grossolano teorema in base a cui qualunque funzionario della Prefettura di Gorizia avesse avuto parte della vicenda, diventava ipso facto un concorrente nei vari reati”. Pur ammettendo che l’aggiudicazione alla Connecting People fosse stata poco chiara, essa risaliva comunque al 2013, quando Zappalorto non era ancora prefetto di Gorizia, “manca la prova sia della effettiva conoscenza dei fatti ipotizzati come taciuti, sia della dolosa inerzia nella mancata effettuazione dei controlli”.

In attesa della decisione del gip, gli avvocati Grasso e Cappelletto commentano: “È stato dimostrato che il prefetto Zappalorto ha risolto, d’intesa con il ministero dell’Interno, le gravi criticità che aveva trovato quando divenne prefetto a Gorizia. Non solo mantenne l’ordine pubblico e garantì la prosecuzione dell’attività delle strutture di accoglienza, ma fece risparmiare allo Stato diversi milioni e riuscì a far sostituire il gestore dei servizi di appalto. L’attività si è svolta sempre nella piena legalità e correttezza amministrativa”.

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