“Le chat dei magistrati su Salvini: ‘Ha ragione, però va attaccato'”. E’ il titolo d’apertura dell’edizione odierna del quotidiano La Verità diretto da Maurizio Belpietro, nonché uno degli argomenti diventati centrali nella giornata politica. Perché sia Salvini che i parlamentari della Lega hanno firmato note durissime per condannare “i magistrati” e le loro chat, appellandosi direttamente al presidente della Repubblica (e del Csm) Sergio Mattarella. Una critica generalizzata a cui si è accodato anche il pentastellato Nicola Morra, presidente della Commissione Antimafia, che giudica inammissibile il comportamento dei “magistrati”. A leggere l’articolo, però, le parole incriminate sono attribuibili non “ai magistrati“, ma a un solo magistrato. E neanche a uno qualunque: trattasi di Luca Palamara, ex capo della corrente Unicost e organizzatore delle cene per pilotare le nomine del Csm, nonché indagato dalla Procura di Perugia per corruzione.

Nell’articolo di apertura de La Verità la circostanza è evidente: nessun altro magistrato oltre a Palamara dice “Salvini ha ragione, ma va attaccato”, anche se quel virgolettato diventa il titolo del pezzo e l’apertura del giornale. A quanto pare, però, chi ha parlato della vicenda – in Aula, sui social e nelle note ufficiali – non si è spinto al di là del titolo. Lo si evince dai commenti. “Sconcertante scoop della Verità, che riporta gravissimi messaggi tra magistrati contro l’allora vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini” scrivono i parlamentari verdi Giulia Bongiorno, Nicola Molteni, Jacopo Morrone e Andrea Ostellari. Gli stessi che chiedono l’intervento del Colle: “Ci appelliamo alla saggezza di Sergio Mattarella, anche in qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, perché quanto riportato dal quotidiano è gravissimo e intollerabile – hanno detto – Va preservata l’indipendenza della politica rispetto alla magistratura“. “Salvini era ministro e vicepremier e ora è leader dell’opposizione – hanno aggiunto – Numerosi magistrati di diverse correnti, secondo quanto emerge dagli atti del procedimento di Perugia contro Palamara, concordavano sulla necessità di attaccare Salvini e contrastare il decreto Sicurezza. Con quale serenità di giudizio – si sono chiesti – sarà giudicato Salvini nel processo a suo carico che si celebrerà a Catania?”. Al netto dell’interrogativo, non erano “numerosi magistrati di diverse correnti” a voler attaccare Salvini, ma esclusivamente Palamara.

Anche il diretto interessato si è fermato al titolo: “Con quale serenità potrà esprimersi la Giustizia? Il Capo dello Stato ritiene normali questi toni?” si è chiesto Salvini. Che poi ha aggiunto: “Sul processo sono tranquillo, ho difeso onore, sicurezza e dignità del mio Paese. Non sono tranquillo come italiano, perché, se quello che scrive il quotidiano ‘La Verità‘ corrisponde al vero – ha sottolineato – che ci sia qualcuno che amministra la giustizia nell’ideale che la legge sia uguale per tutti, qualche dubbio ce l’ho. Sentire in bocca a magistrati il fatto che uno va attaccato solo per motivi politici non mi fa stare tranquillo”. Anche in questo caso, si confonde il plurale (i magistrati) con il singolare (un magistrato, Luca Palamara). Sulla questione, come detto, è intervenuto anche il senatore pentastellato Nicola Morra. In Aula a Palazzo Madama ha detto: “E’ assolutamente inammissibile che, seppure in chat private, magistrati giudichino un ministro come è stato giudicato” il leader della Lega Matteo Salvini. “Un magistrato è pur sempre parte di un corpo terzo, la magistratura. C’è una distinzione dei poteri”. Anche in questo caso, l’esponente pentastellato è caduto nel tranello del titolo.

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