La ripartenza del 18 maggio, l’ultimo passo verso l’uscita dal lockdown: il presidente del Consiglio Giuseppe Conte aveva convinto i suoi ministri, sorprendendo i “duri e puri” come Roberto Speranza ma soprattutto gli “aperturisti” come Teresa Bellanova, capodelegazione renziana. Ma poche ore dopo la conferenza stampa in cui ha annunciato le riaperture, “con fiducia e prudenza”, affrontando – come ha ripetuto più volte – un “rischio calcolato”, il capo del governo si è ritrovato davanti le Regioni, la maggior parte delle quali ha rappresentato a lungo – soprattutto nell’ultimo mese – la “lobby” della ripartenza: dal Veneto alla Calabria. Per settimane avevano sponsorizzato l’apertura differenziata, ma al momento in cui l’esecutivo ha scelto questa strada, i governatori hanno frenato a secco. Dietro alla protesta, che ha generato l’ennesimo vertice a notte fonda tra sabato e domenica, la responsabilità dei protocolli di sicurezza elaborati da Inail. Il fatto che non fossero allegate al Dpcm le linee guida per la sicurezza concordate da governo e Regioni (e associazioni di categoria) nelle riunioni di venerdì ha spinto i governatori a bloccare tutto. “Si rischia il caos normativo” ha detto per esempio Giovanni Toti. Quindi la grande spinta per la ripartenza differenziata si è subito fermata quando tra le Regioni si è paventato il rischio di apertura di contenziosi o addirittura di responsabilità penali per quei governatori che fossero andati fuori dai binari delle indicazioni del protocollo Inail.

Così quella che era l’ultima formalità procedurale dopo la giornata faticosa di venerdì – il Dpcm che allenta le misure – è diventata un nuovo corpo a corpo tra il governo e le Regioni, tra il capo del governo e il ministro per gli Affari Regionali Francesco Boccia da una parte e i governatori dall’altra: un confronto che si è consumato nella notte tra sabato e domenica, convocazione (in teleconferenza come sempre) all’una e trattative per oltre due ore, tra proposte, rifiuti, rilanci.

La riunione era iniziata malissimo anche per il tam tam prodotto dai governatori di centrodestra. Oltre alla nota congiunta dei 6 leghisti, avevano scritto su facebook il presidente della Sicilia Nello Musumeci e quello della Liguria Giovanni Toti, che è anche vicepresidente della Conferenza delle Regioni: “Non c’è il richiamo alle linee guida delle Regioni (quelle che le categorie economiche vogliono), chiama in causa non meglio precisate linee guida nazionali, inibisce alcune facoltà di deroga regionali. Così rischiamo il caos” spiegava. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto la soluzione, come raccontano diverse fonti all’AdnKronos, viene individuata inserendo un richiamo nella premessa del Dpcm al protocollo unitario delle regioni, che verrà poi allegato al testo del Dpcm nella sua interezza. “La verità – sostengono fonti di governo alla stessa agenzia di stampa – è che alcuni governatori hanno paura delle responsabilità e volevano più garanzie, però Stefano Bonaccini è stato bravo e la maggior parte dei presidenti ci ha aiutato a chiudere”.

Il riferimento al presidente dell’Emilia Romagna non è banale: è presidente della Conferenza delle Regioni e prima del vertice notturno convocato mentre i governatori della Lega evocavano la rottura di ogni dialogo aveva rotto il silenzio solo per dire (in diretta a Petrolio, su Rai2) di aspettarsi “in questi momenti che le criticità potessero essere superate con l’unità di intenti e non ci fossero invece divisioni politiche o territoriali”. Il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia, tra i più vicini a Conte in questa mossa che accelera le riaperture rispetto ai programmi delle settimane scorse, è soddisfatto: “Legittime le richieste delle Regioni. L’accordo che riprende le linee guida delle Regioni per le ordinanze sancisce ancora una volta la leale collaborazione tra regioni e governo. Ringrazio i presidenti per aver sempre ricercato una soluzione nell’interesse del Paese. Ogni nuovo passo è fatto su un terreno nuovo per tutti e spesso serve un’assunzione ulteriore di responsabilità”.

L’agitazione tra le Regioni è stata dovuta probabilmente anche dal continuo richiamo che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte aveva fatto durante la conferenza stampa alla necessaria responsabilità di tutte le istituzioni ora che il Paese entra in una “autentica” fase 2, quella della convivenza col virus e il ritorno alla normalità, quella che in certi Paesi esteri viene chiamata “nuova normalità”. “In questa fase – aveva detto Conte da Palazzo Chigi – sarà importante il dialogo con Anci, Upi, tutti gli enti locali: dovranno anche loro assumersi responsabilità. Abbiamo attuato flussi di informazione per tenerci sempre informati e intervenire su casi e luoghi circoscritti. Le regioni collaboreranno con noi per far rispettare tutte le misure di sicurezza: le abbiamo coinvolte nell’elaborazione di linee guida e insieme vigileremo”.

Un braccio di ferro che Conte, sollecitato dai cronisti, sembrava aver preconizzato nel suo punto stampa di sabato sera: “Dobbiamo intenderci con i presidenti delle Regioni: qui non c’è nessuno scarico di responsabilità, qui non si gioca con l’emergenza. Noi abbiamo predisposto un piano articolato”. “Quello dello Stato-Regioni è un grande tema – aveva aggiunto il capo del governo – Sicuramente quando usciremo dall’emergenza dovremo fare una riflessione, perché è chiaro che un assetto ordinamentale come questo denuncia delle farraginosità. Immaginate se non ci fosse una leale collaborazione, se non ci fosse stata la disponibilità di andare oltre le polemiche. È chiaro che è un assetto che deve registrare qualche correzione”. Risuonano ancora le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella che più volte, durante queste settimane, ha fatto appello alla collaborazione “tra le istituzioni e nelle istituzioni“. Il supplementare di stanotte ne è stata una controprova.

Aggiornato fino alle 4 del 17 maggio

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