Il primo a raggiungere Vincenzo Montella è Gabriel Omar Batistuta. L’argentino lo abbraccia a pochi passi dalla bandierina del calcio d’angolo. Poi lo trascina, lo strattona, per poco non lo centra in faccia con un pugno. Dopo qualche secondo arrivano Tommasi, Zebina, Cafù e Aldair. In un attimo gli sono addosso. Lo sommergono, lo scortano fin sotto il settore ospiti. Con il petto in fuori e le braccia che si protendono verso il cielo di Torino. Qualche metro più in là, Hidetoshi Nakata cammina tutto solo.

Ha lo sguardo impenetrabile e il sorriso vagamente partecipe di chi si ritrova alla festa di uno che conosce appena. Eppure, se il Delle Alpi non ha più voglia di cantare, se le bandiere bianconere hanno smesso di sventolare, se le sciarpe sono tornate ad arrotolarsi intorno al collo dei legittimi proprietari, il merito è tutto suo. Perché al fantasista giapponese è bastata mezz’ora per chiarire su quale maglia verrà cucito lo scudetto. Anche se mancano altre 5 giornate alla fine del campionato. D’altra parte prima del fischio d’inizio la classifica è piuttosto esplicita: Roma capolista con 6 punti di vantaggio sulla Juventus e 7 sulla Lazio. Per una volta bianconeri e giallorossi si sono scambiati i ruoli. E la sfida del 6 maggio del 2001 rischia di diventare una sentenza.

La partita, però, dura sei minuti. In mezzo al campo Zidane ricama poesie che si trasformano in bastonate per la difesa giallorossa. Dopo appena 4’ il francese mette sulla testa di Del Piero la palla dell’1-0. Neanche due minuti più tardi riceve sulla trequarti e lascia partite un tiro di collo pieno che buca Antonioli. È già finita. Seguono lunghissimi minuti di totale controllo juventino. Batistuta è pachidermico, Totti ectoplasmatico, Zanetti e Tommasi insolitamente morbidi. La Roma si è sciolta nel timido caldo di Torino. Almeno fino al 59’, quando Capello richiama in panchina Totti. Al suo posto entra Nakata, uno che in quella partita non doveva neanche esserci. Perché la Roma ha cinque extracomunitari in rosa. Troppi, visto che possono giocare soltanto in tre.

Solo che poche ore prima del match è arrivata la decisione della Corte Federale. Niente più distinzione fra comunitari e non, hanno detto i giudici. Il giapponese viene promosso immediatamente. Dalla tribuna alla panchina. Il suo purgatorio dura un’ora. Poi Nakata entra in campo e comincia un’altra partita. Al 78’ il numero 8 recupera la sfera a centrocampo, arriva sulla trequarti e tira in porta. La palla non ruota neanche su se stessa, si infila direttamente sotto la traversa alla sinistra di Van der Sar. È una rete da sogno, ma non basta. E ancora poco. Troppo poco. Così al 90’ Nakata riceve palla da Candela, si coordina, cerca il palo opposto. Il tiro è teso ma non imprendibile, il portiere olandese potrebbe quasi bloccarlo ma lo respinge proprio sui piedi di Montella. È il 2-2 che chiude la partita e consegna lo scudetto nelle mani di Fabio Capello.

Al fischio finale Nakata si presenta davanti alle telecamere. “Mi piace giocare semplice, riducendo al minimo il contatto fisico con l’avversario e ricorrendo a passaggi veloci – dice – Ma i miei passaggi funzionano se la palla mi viene immediatamente restituita, altrimenti sembrano futili. Sfortunatamente alla Roma queste giocate non significano molto – aggiunge – perché ci si concentra sui dribbling e sinceramente non è il tipo di gioco che preferisco”. Una dichiarazione insolita che diventa il compendio delle incomprensioni che hanno accompagnato la parentesi del giapponese nella capitale. Nakata ha troppo talento per fare la riserva ma non abbastanza per scalzare Francesco Totti. Così viene intrappolato in un dualismo dal quale è impossibile uscire vincitore.

Tutto inizia nel dicembre del 1999, quando Sensi e Gaucci allacciano una trattativa estenuante. Il 30 dicembre Totti parla con la stampa e lancia un messaggio chiaro. “Dove giocherebbe Nakata? Non lo so – dice – è una mezza punta. O io o lui, ma possiamo anche giocare insieme anche se, in questo caso, uno tra Delvecchio e Montella dovrebbe uscire. Non è detto comunque che i nuovi acquisti debbano giocare per forza. In campo andrà chi merita. Ora non ci voglio pensare, sono gli altri che devono pensare a me”. Cinque giorni dopo il capitano fa marcia indietro. “Nakata è un grande giocatore – si corregge – sono stato male interpretato su di lui. Se dovesse arrivare sarebbe un acquisto importantissimo”. Il giapponese però non è convinto. Gli dispiacerebbe lasciare un Perugia in difficoltà. Così Capello gli dà appuntamento in un ristorante di Chianciano.

L’allenatore spezza un grissino e allinea le briciole sul tavolo fino a formare il modulo che ha in testa. Indica a Nakata quale sarà il suo ruolo, quali saranno i movimenti che dovrà fare. Il giapponese annuisce e dà il suo benestare al trasferimento. La Roma lo acquista per 32 miliardi e lo presenta a metà gennaio. “Capello ti ha detto che giocherai nel ruolo di Falcao?”, gli domandano. “Scusate, non so chi sia – risponde – conosco solo il suo nome“. Al momento della firma la Sunny Side Up, la società che detiene i suoi diritti di immagine (e quelli delle Spice Girls), stampa mille magliette con la sua firma e le mette in vendita sul mercato giapponese. Il costo? Mille dollari l’una. E vanno a ruba. Il 16 gennaio esordisce con la maglia della Roma.

I giallorossi vincono 3-1 contro il Verona, Totti segna il terzo gol ma non esulta. Qualcuno insinua che non sopporti la presenza del suo nuovo compagno. I due smentiscono qualsiasi attrito, ma l’adattamento a centrocampo di Nakata non sembra dare i frutti sperati. Tanto che in estate il giapponese viene inserito praticamente in ogni trattativa. La Fiorentina lo vorrebbe in un eventuale scambio con Toldo, il Parma lo farebbe rientrare in una un un’operazione legata a Cannavaro. Nakata raggiunge il ritiro di Kapfenberg e inizia a lavorare. “Non credo che riproverò a fare il centrocampista“, spiega alla stampa. In Austria è l’unico a dormire in camera da solo. Deve aggiornare il suo sito internet, che fa 200mila visite al giorno, e rispondere alle centinaia di mail che gli arrivano quotidianamente. Durante il ritiro Nakata è uno dei migliori, ma già sa come andrà la sua stagione. “Faccio una premessa, non sono pentito di aver scelto la Roma – spiega – è chiaro però che a nessuno piace andare in panchina o peggio ancora in tribuna. Andarmene? È una ipotesi che prenderò in considerazione se proprio non ci sarà spazio per me”.

Il tetto sugli extracomunitari lo relega in tribuna. Non che in Coppa Uefa vada meglio. A Nel secondo turno, a fine ottobre, la Roma incontra il Boavista. E deve fare a meno di 9 calciatori. “Hide sta tornando il giocatore che conoscevamo»”, dice Capello alla vigilia. Solo che il giapponese si accomoda ancora una volta in panchina. Il resto della stagione è un lento trascinarsi all’ombra. L’unico raggio di sole arriva il 22 aprile, quando ad andare in tribuna è Francesco Totti, squalificato. Nakata gioca titolare e segna un gol da playstation. Poi torna in un angolo. Fino a quel 6 maggio del 2001, fino a quella prestazione formato maxi al Delle Alpi. A fine stagione si consuma il divorzio consensuale. Senza rancore. Perché Hide e la Roma sono state due entità opposte, destinate ad abbracciarsi senza capirsi mai.

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