“La vera fase due per le Rsa non è la riapertura, ma la possibilità di essere più supportate di quanto non lo siano state nella fase uno, per essere ripulite dall’infezione attraverso un forte sostegno degli ospedali e poter poi tornare a vivere nella dimensione di relazione“. A dirlo è il presidente dell’Unione nazionale istituzioni e iniziative di assistenza sociale Lombardia, Luca Degani. Al 4 maggio la fase due delle Residenze sanitarie assistite per chi ci lavora è ancora un miraggio. Del resto con tutto quello che è successo durante la fase uno, la riapertura delle porte delle strutture per anziani è una questione piuttosto spinosa. Ma il problema non potrà rimanere ancora per molto fuori dalle agende governative, siano dei governi centrali o di quelli regionali.

“Veniteveli a riprendere” – La questione è infatti molto ingombrante, soprattutto da un punto di vista sociale, ma anche economico e occupazionale. Lo sanno bene in Puglia, dove nei giorni scorsi i gestori hanno lanciato una provocazione che si riassume in due parole: “Venite a riprenderveli”. Il sottinteso è “a queste condizioni”. Lo sanno molto bene anche in Lombardia, dove, il clima sembra migliorare, ma i nervi di chi governa sono molto scoperti e le ferite profonde. Palazzo Lombardia ha risposto solo nei giorni scorsi, con una convocazione in assessorato delle principali associazioni di gestori che, nelle ultime settimane, hanno chiesto a gran voce l’apertura di un tavolo con la Protezione civile sul futuro del sistema sociosanitario che assiste gli anziani cronici. L’intenzione è di avviare lo studio di un percorso condiviso a partire da questa settimana.

“I gestori hanno paura, sono terrorizzati, sperano che possa finire presto, alcuni pensano anche a dismettere la loro attività. Questo è il nostro grido di aiuto, aiutateci, non sappiamo più come fare, non possiamo resistere così a lungo, venite a riprendervi i vostri cari, se potete, riportateli nelle vostre case, abbiate cura personalmente di loro“, si legge invece in un documento firmato nei giorni scorsi da Fabio Margilio, presidente dell’Associazione delle Strutture Socio Assistenziali Pugliesi. “Oppure venite qui nelle residenze ad aiutarci in barba ai divieti, ma consapevoli che porterete il virus, fate la vostra scelta, nel silenzio assoluto delle istituzioni che parlano con le loro circolari, quesiti, disposizioni, indagini conoscitive”, aggiungeva chiedendosi “cosa succederà dopo il 4 maggio, se veramente si partirà con la fase due. Per le strutture residenziali potrebbe essere la fine”. Il riferimento è all’età media del personale che opera nelle Rsa e al sottile equilibrio tra il ritorno alla vita e il rischio di portare di nuovo il virus nelle strutture.

E le liste di attesa si allungano – Diversa, benché analoga negli effetti, la prospettiva lombarda che mette il dito nel problema sociale degli anziani cronici che in questo momento non possono accedere al servizio di assistenza. “Prima o poi bisognerà anche ragionare sul fatto che se, per la loro tutela, avremo bisogno di rincominciare a inserire anziani nelle strutture socio sanitarie, dovremo “pulirle”. Magari dovremmo avere delle strutture dedicate ai soggetti Covid positivi e strutture Covid free, per poter garantire nuovi accessi alle persone che non possono più stare a domicilio. Devono esserci delle politiche che permettano l’esistenza di Rsa funzionali a nuovi ingressi, quindi prive del rischio e del peso di una gestione come è invece quella attuale in gran parte delle strutture”, spiega l’avvocato Degani.

“Bisogna fare una fase due in cui nel socio sanitario si ponga attenzione in primis alla persona, ricordando che la Rsa è un luogo per tutelare persone croniche, cosa che oggi per mille motivi non si può fare. Nella fase due bisognerà riuscire a ricostruire questi percorsi”, dice ancora il presidente di Uneba Lombardia, ammettendo che questa fase è idealmente anche il momento per ripensare il modello nel suo complesso. Sia in termini di figure professionali che strutturali: (“Le figure dell’educatore, dell’animatore e del fisioterapista non possono essere più centrali? E le Rsa non si possono ripensare?”). Sicuramente, la risposta sta nell’analisi del rapporto di collaborazione – che nella fase uno non ha certo funzionato – tra le Rsa e il territorio. Ma anche, come già ammesso perfino dal direttore sanitario dell’Ats di Milano Vittorio Demicheli in un recente colloquio con ilfattoquotidiano.it, in una revisione dell’investimento pubblico nella presa in carico della “qualità della vita di un anziano malato cronico”, per cui la Lombardia oggi spende da 29 a 49 euro al giorno.

Un problema anche economico e occupazionale – Il tema della sostenibilità inizia a farsi sentire anche sul lato dei gestori, che rappresentano ormai una fetta importante dell’economia italiana e un bacino non secondario di posti di lavoro. E devono fare i conti da un lato con il crollo d’immagine subito quando il mondo intero ha preso coscienza della loro esistenza, dall’altro il numero importante di decessi registrati nelle strutture combinato con lo stop ai nuovi ricoveri imposto dalla pandemia, sta mettendo in forse la stessa esistenza di molte Residenze. A catena, poi, la loro sorte preoccupa non solo le famiglie che ne hanno bisogno, ma anche gli “sponsor”: gli immobili dove sorgono le Rsa sono diventati negli ultimi anni un investimento primario per fondi, banche e assicurazioni che hanno puntato forte su un settore fino a ieri ritenuto molto redditizio e del tutto privo di rischi.

Una recente lettera dei gestori lombardi indirizzata alla Regione parla di “una vera e propria emergenza economica“, per cui sono in corso di quantificazione le “pesantissime perdite economico finanziarie registrate in questi mesi”. Perciò sono stati richiesti alla Lombardia “tutti gli strumenti di protezione economica e di sostegno agli enti, previsti nel decreto Cura Italia e nel decreto Liquidità, nonché negli emanandi nuovi decreti oltre al potenziamento dei budget di esercizio e delle risorse stanziate nelle regole di sistema 2020”. Anche perché le Rsa hanno contribuito, “loro malgrado, non essendo stata accolta la richiesta di ricovero ospedaliero, dove formulata, al contenimento dei ricoveri ospedalieri dei propri assistiti garantendo la sorveglianza sanitaria e l’assistenza dovuta secondo le normative regionali del settore”.

In altre parole le strutture, che devono far fronte anche a un importante problema d’immagine, dal punto di vista economico sono “a dir poco sotto pressione, perché hanno avuto una diminuzione dei posti letto. Anche se è difficilissimo, bisognerà pensare di trovare dei supporti economici per questi mondi, perché le Rsa sono state dipinte malissimo, ma sono luoghi che probabilmente hanno anche garantito, grazie a chi ha lavorato bene, una maggiore possibilità di sopravvivenza agli ospiti di quanto avrebbero avuto se fossero stati fuori da una struttura che a suo modo aveva capacità di tutela sanitaria”, sottolinea ancora Degani.

In sintesi, come dice Sergio Sgubin, presidente nazionale dell’Associazione dei manager del socio sanitario, Ansddip, “questa situazione ha solo messo in risalto una necessità che c’era già prima: deve essere ripensato il modo di collaborare e di sostenere chi fa le cose bene. Le strutture socio sanitarie rappresentano un numero importante di aziende in Italia, sono una dorsale economico-finanziaria del Paese, per di più in espansione visto il trend di invecchiamento, e un bacino di posti di lavoro enorme. Visto che ci sarà uno sviluppo sempre più articolato, facciamolo bene perché è una cosa etica, ma è anche importante per l’Italia”.

“Riaprire? Ora ci faremmo molto male” – E se la questione economica è un po’ tabù, figuriamoci quella della riapertura delle strutture ai parenti degli ospiti. Dopo tutto quello che è successo, si va con i piedi di piombo e nessuno si vuole prendere la responsabilità nemmeno di iniziare a parlarne. Resta il fatto che gli ospiti sopravvissuti non vedono i loro cari da almeno due mesi e, avendo la maggior parte contratto il virus, sono in isolamento da settimane, in attesa dei tamponi che restano merce rara. Una situazione che metterebbe a dura prova chiunque, figuriamoci persone nella maggior parte dei casi affette da forme di demenza che generano confusione e disagio anche in condizioni normali.

“Se in questo momento riaprissimo le visite ci faremmo male”, sottolinea Degani che torna a chiedere tamponi a tappeto per uno screening completo degli ospiti e uno continuo del personale, oltre alla definizione di percorsi di segmentazione per garantire quarantene e isolamento a chi ne ha bisogno. “Se però non trovassimo un modo di fare avere un contatto, ne faremmo dal punto di vista affettivo da una parte e dall’altra – aggiunge – Il ragionamento da fare è capire se continuare a utilizzare questo contatto a distanza, magari organizzandolo meglio con strumenti meramente video-informatici, oppure valutare se il livello di dispositivi di protezione può essere sufficiente per tutti, però deve essere usato con la massima attenzione, perché non abbiamo ancora trovato la cura per il Covid e il contatto sociale per i soggetti grandi fragili è di un livello di rischiosità tale per cui bisogna mettere sul piatto della bilancia quale interesse vogliamo tutelare.

Funzionari distanti dalle vere necessità – Analogamente Sgubin sottolinea come “la Toscana comincia a prevedere qualcosa sul rientro dei parenti. Adesso però le Ats sono molto caute e più che la collaborazione stanno mettendo in campo delle attività in prospettiva di controllo, di ispezione”. L’impostazione, sostiene, va bene, ma bisognerà pensare di far entrare queste persone una alla volta, con le protezioni e soprattutto previa dimostrazione che “chi entra non ha niente”, tipo un test sierologico. “Ma è chiaro che non possiamo fare questa cosa da soli, è il sistema che deve occuparsene, ci vuole una collaborazione vera per aiutare le strutture a tornare alla normalità. Sembra quasi che adesso ci sia un’ossessione per avere i dati, le statistiche. Ma c’è bisogno dell’aiuto psicologico, sanitario e sociale, manca un po’ questa consapevolezza e ci sono funzionari che sono un po’ distanti dalle vere necessità”. Per esempio? Per esempio l’animazione è vietata perché considerata attività di gruppo, aggregante, ma così le giornate di chi è nelle strutture si impoveriscono ancora di più, eppure ci sarebbero tanti modi per fare animazione mantenendo le distanze. “In quarantena prevale la parte sanitaria, la parte assistenziale alberghiera o psicologica è stata un po’ dimenticata”, chiosa.

Del resto, ricorda Valeria Negrini portavoce del Forum del Terzo settore, è necessario che si stabiliscano delle modalità operative condivise, perché le ordinanze locali diverse l’una dall’altra spesso “finiscono per complicare la vita invece di rendere il nostro lavoro più efficace”. È in quest’ottica che si colloca la richiesta di partecipare a un tavolo con regione Lombardia e Protezione civile, “perché altrimenti con comunicazioni da parte di Regione, trasmesse alle Ats che a loro volta le interpretano e le trasmettono alla struttura e ognuno che la vede a modo suo…”.

Non a caso la richiesta di avvio del tavolo lombardo puntava ad “analizzare e studiare soluzioni per l’apertura graduale dei nostri servizi, anche a carattere semiresidenziale, verso nuova utenza esterna all’interno di un percorso condiviso e scritto di regole di sicurezza, ivi incluso l’apertura ai parenti e ai familiari dei nostri utenti”, tanto più vista “l’assenza di chiare indicazioni nel DPCM governativo”. Quanto all’organizzazione pratica, saranno da individuare “soluzioni organizzative per gli utenti e gli operatori sanitari asintomatici e paucisintomatici, largamente diffusi nei nostri enti”.

Senza dimenticare che per un cambiamento organizzativo efficace, “ci vuole fantasia, presenza e qualità”, come ricorda Sgubin che sottolinea l’importanza di un buon gruppo di lavoro, un direttore capace e… “un consiglio di amministrazione che ti lascia lavorare”.

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