Tutti ricordiamo l’attacco militare che la Turchia di Erdogan ha sferrato contro i curdi l’ottobre scorso in Siria, con conseguenze catastrofiche. Nel giro di due settimane trecentomila persone sono fuggite sotto le bombe abbandonando case e villaggi e le città di Tell Abyad e Ras al-Ain (detta in curdo Serekaniye). Ancora oggi quelle persone vivono in tende ed edifici abbandonati. Il mondo è rimasto sconvolto da un attacco percepito come immotivato, ma Erdogan promuove – in Turchia come in Siria – un modello tradizionale, confessionale e patriarcale di società che è opposto a quello secolare e democratico, organizzato in primo luogo dalle donne, del Rojava o Kurdistan siriano, costruito durante la guerra civile.

L’opinione pubblica europea ha mostrato sconcerto anche perché i curdi siriani, assieme a battaglioni popolari arabi e assiri, hanno debellato il “califfato” creato dall’Isis in cinque anni di guerra, perdendo per questo dodicimila combattenti.

Le proteste di migliaia di persone non sono servite, quest’autunno, a produrre una reale opposizione europea a livello istituzionale. Tanto meno statunitense: Donald Trump ha fatto spostare i suoi soldati per far spazio all’invasione, pur priva di ogni legittimità sotto il profilo giuridico internazionale. Hanno contato le relazioni economiche e, per l’Europa, il ricatto turco sui migranti. Ad oggi tanto le relazioni militari quanto quelle commerciali con la Turchia vanno avanti, e tanto gli Usa quanto la Russia hanno riconosciuto, a fine ottobre, l’occupazione de facto dell’area compresa tra Serekaniye e Tell Abyad. Ora gli effetti di quelle scelte potrebbero contribuire ad aggravare la situazione pandemica del Medio oriente: a Serekaniye si trovavano ad esempio gli unici dispositivi Pcr utili ad analizzare tamponi. Soltanto da pochi giorni quattro di questi macchinari sono arrivati dall’Iraq e al 27 aprile, quando ormai un primo contagio era stato accertato dall’Oms, in Rojava si erano potuti effettuare soltanto venti tamponi.

La Siria è divisa in tre zone. Una, la più grande, tra l’ovest, il centro e il sud, è nelle mani del regime di Damasco guidato da Assad. Una striscia nel nord-ovest, lungo il confine turco, vede la presenza turco-jihadista ed è gestita in parte da un “governo ad interim” formato da Ankara con i Fratelli musulmani siriani, e in parte (soprattutto a Idlib) dal “Governo di salvezza” della branca di Al-Qaeda, Hayat Tahrir al-Sham. La terza zona istituzionale della Siria in guerra, il grande nord-est democratico curdo-arabo, è invece sotto un’Amministrazione autonoma che comprende il Rojava ed è difesa dalle Forze siriane democratiche, l’esercito fondato dalle Ypg curde con gli alleati arabi e assiri.

Questa divisione politica ha ampi effetti sulla gestione dell’epidemia. Nelle zone occupate dalla Turchia, come Tell Abyad, alcuni edifici sono stati trasformati in lazzaretti per cittadini turchi infetti, portati oltre confine con il rischio di aumentare i contagi nel martoriato paese in guerra. Il regime di Assad, da parte sua, non fornisce strumenti per effettuare i tamponi sul Covid-19 all’Amministrazione autonoma, che ha denunciato di non aver ricevuto neanche uno dei 1.200 kit che l’Oms ha fornito al governo siriano.

L’Amministrazione del nord-est è sotto embargo turco dal 2014 e ha difficili relazioni commerciali anche con l’Iraq e con il regime. Il suo carattere autonomo e ispirato a un’idea di democrazia confederale la rende un oggetto scabroso per tutti gli Stati mediorientali. Le città di Tell Tameer e Hasakah sono senz’acqua a causa della chiusura a intermittenza, da parte della Turchia, dell’acquedotto di Alouk nella zona occupata, come ha denunciato in un video il volontario cremonese Leopoldo Odelli.

Aggiornamenti sullo stato della pandemia in Kurdistan.

Importanti aggiornamenti sullo stato della pandemia in Kurdistan da Leopoldo Odelli, volontario italiano in Siria del Nord.

Gepostet von Noi stiamo con chi combatte l'lsis am Montag, 13. April 2020

L’Amministrazione dispone di 40 ventilatori e 27 posti letto in terapia intensiva e denuncia che le sue strutture collasserebbero una volta raggiunti 460 casi di Covid-19 su una popolazione di quasi cinque milioni di abitanti, tra cui sessantamila prigionieri dell’Isis in centri di detenzione e seicentomila civili sfollati. Tra questi ultimi il tasso di mortalità potrebbe essere del 10%, se non peggio. Per questo le donne e gli uomini che hanno sconfitto una minaccia fondamentalista che aveva esportato morte e sofferenza in tutto il pianeta chiedono ora attenzione e rispetto, e maggiore aiuto da parte dell’Oms e delle Nazioni Unite.

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