Da quando è entrato in vigore il lockdown il numero dei contagiati da Covid-19 è cresciuto più rapidamente nelle province in cui ci sono più lavoratori attivi nelle attività essenziali, quelle che non sono state bloccate dal 26 marzo. E’ quello che emerge da uno studio della direzione centrale Studi e Ricerche dell’Inps, stando al quale all’aumentare di 1 punto percentuale della quota di settori essenziali in una provincia il numero di contagiati aumenta di 1,5 unità al giorno. La differenza fra una provincia con molte attività essenziali e una che ne ha relativamente poche risulta essere “di circa 10 contagiati al giorno” rispetto a una media provinciale di 37: una differenza di più del 25%, dunque.

Lo studio analizza i dati provinciali della Protezione civile sulla dinamica dei contagi dal 24 febbraio al 21 aprile e i dati amministrativi di fonte Inps sulla quota dei rapporti di lavoro nei settori considerati essenziali dai provvedimenti restrittivi di marzo. Negli ultimi giorni considerati, lo studio mostra come “nei settori che si collocano sopra la fascia mediana dei settori essenziali, in cui cioè è maggiore il numero dei lavori appartenenti ai settori essenziali, vi sono in media 10 contagiati in più al giorno, un numero non trascurabile dato che la media provinciale giornaliera dei contagiati dopo il 22 marzo è di 37 (l’impatto è circa il 25% della media)”.

La differenza, prosegue l’Inps, risulta ancora più marcata se si considera anche la densità di occupazione a livello provinciale, al cui aumentare diventa più probabile la vicinanza dei lavoratori anche sui mezzi pubblici e dunque sale la probabilità di diffusione del virus. Infatti, aggiungendo questo elemento all’analisi il numero di contagiati in più ogni giorno sale a 13.

Le misure di chiusura, ricorda lo studio, sono state due: il decreto emanato il 9 marzo che ha limitato il commercio all’ingrosso e al dettaglio, prevedendo la chiusura di bar, ristoranti e palestre e quello del 23 marzo che ha bloccato alcune attività economiche indicando un limitato numero di attività consentite, le cosiddette attività
essenziali. Che ovviamente non sono distribuite in maniera omogenea sul territorio nazionale: quindi in
alcune province il numero di persone che sono venute in contatto anche dopo il lockdown per effetto dell’apertura delle attività essenziali “sarà verosimilmente più grande che in altre”. E “ci si può di fatto aspettare che le misure di contenimento siano meno efficaci se l’economia è più attiva“. L’analisi ha testato proprio questa ipotesi, arrivando appunto alla conclusione che la decrescita dei contagi è stata più lenta nelle province con più attività essenziali.

E’ stato utilizzato un panel di 106 province italiane distribuito su 58 giorni dall’inizio dell’epidemia. Il trend dei contagi prima delle misure di contenimento era simile tra le varie province. Tra l’8 marzo e il 22 marzo i coefficienti che rappresentano la differenza media giornaliera tra province con quota di lavoratori essenziali sopra la mediana rispetto a quelle sotto la mediana “cominciano a essere positivi”, anche se fino al 22 marzo rimangono nella maggior parte dei casi non statisticamente significativi. Dopo il 22 marzo invece i coefficienti diventano positivi e “nella maggior parte dei casi significativi, suggerendo che l’impatto differenziale di essere in una provincia con una quota più elevata di settori essenziali determina un aumento dei contagiati”. Se si paragona una provincia al 75esimo percentile della distribuzione dei servizi essenziali – per esempio Cremona – con una provincia al 25esimo percentile – per esempio Ferrara – si scopre un divario pari circa 10 contagiati in più al giorno: circa il 27% in più rispetto alla media della variabile dipendente, la variazione dei contagi, dopo il 22 marzo.

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