Prima delle partite il rituale è sempre stato lo stesso che giocasse tra i Dilettanti o in Serie A. Dario Hubner si fumava la sigaretta e si faceva fare un massaggio in spogliatoio, continuando a ridere e a scherzare con i compagni. Controllava le scarpe che lui stesso aveva ingrassato alla vigilia e poi scendeva in campo. E faceva gol. Ne ha sempre segnati tanti in tutte le categorie. Ai confini con la Slovenia, nei pulcini della Muggese realizzò 48 gol in 24 partite. A 35 anni con il Piacenza vinse il titolo di capocannoniere di Serie A, a pari merito con Trezeguet della Juventus. In precedenza era stato re dei bomber anche in B e in C1.

“Il tutto senza rinunciare mai ai piccoli piaceri della vita. In fin dei conti è una e per quanto possibile va goduta”, scrive Hubner nella sua sincera autobiografia Mi chiamavano Tatanka (firmata insieme a Tiziano Marino), uscita poco fa per Baldini+Castoldi. Dario Hubner si trova ora nella sua casa di campagna, alle porte di Crema. “Sono chiuso qui dal 21 febbraio – dice Tatanka – ero a Milano per un torneo con la squadra di ragazzi disabili che alleno. Uno dei mister di una formazione avversaria è stato trovato positivo al coronavirus. Per cui mi sono messo subito in quarantena. Continuo ad uscire solo una volta alla settimana per la spesa, io in casa sto bene. Certo mi manca il caffè e la sigaretta al bar con gli amici…”. E così Darione ha voglia di raccontarsi.

“Sono sempre stato un po’ pazzo, mi fumavo la sigaretta nel sottopassaggio prima della partita. Io ho sempre fumato davanti a tutti. A 35 anni uno non può mica farlo di nascosto, se ha questo vizio. Eppure la maggior parte dei calciatori fuma ma non si fa vedere. Ma leggere che mi sono fatto trovare con una birra nello spogliatoio del Milan durante una tournée estiva mi ha dato fastidio. Ero scemo, ma non fino a questo punto… anche da calciatore io a mezzanotte ero a letto e alle 7 mi alzavo con i bambini. Qualche strappo alla regola si può fare e io mi concedevo la grappetta con gli amici dopo cena”. Un tempo Hubner preferiva l’amaro, ma il medico sociale della Pievigina in Interregionale, era il 1987, gli fece notare come quel liquore fosse veleno per un calciatore. Meglio allora l’acquavite barricata.

In carriera si è sempre conquistato tutto con le proprie forze, partendo dal basso (fino ai vent’anni ha fatto il fabbro) e arrivando al top (gli manca solo una presenza in Nazionale). È amato molto anche oggi, dai ragazzi di allora e anche da quelli di adesso che stanno sui social. Uno dei più apprezzati cantanti di questa generazione gli ha dedicato una canzone. “Quando Calcutta me l’ha mandata – ammette – sono rimasto perplesso. Io ascolto i Queen, ma i mie due figli l’hanno capita subito e me l’hanno fatta apprezzare”. Con gli allenatori il rapporto è sempre stato buono. Anche con Walter Novellino. Una volta in partitella per colpa di uno stop sbagliato dal suo centravanti, l’allenatore ha sbottato: “Hai rotto i coglioni, vai a farti la doccia”. “Certo mister, nessun problema, me ne vado volentieri, ha rotto i coglioni anche lei”. Ma faceva parte di un rapporto schietto e diretto.

“Io sono uno sempre stato chiaro con tutti. Anche con Silvio Baldini con cui le cose non sono state semplici. Entrambi onesti, ci siamo sempre detti tutto in faccia. Preferisco una baruffa, che mille sotterfugi”. Hubner ha giocato anche con Roby Baggio al primo anno al Brescia del fuoriclasse vicentino. Poi a Hubner arrivò una proposta del Piacenza. A Mazzone e a Baggio serviva un altro tipo di centravanti, uno che creasse più spazio al dieci e non cercasse troppo la profondità e così arrivò Luca Toni. Anche con Baggio il rapporto fu sincero.
“Da capitano ti cedo volentieri la fascia perché ovviamente il tuo nome, agli occhi degli arbitri e non solo, conta più del mio. Però sappi che i rigori li batto io”. “Ci mancherebbe Dario. Se sei stato il rigorista finora, non vedo perché cambiare”, gli rispose Baggio.

Hubner ha continuato a giocare tra i dilettanti ben oltre i 40 anni. Anche oggi fatica a stare senza pallone e si diverte con gli amici nei campionati a sette di Csi. Non ha più voglia di correre e fa il portiere. Non se la cava male neanche tra i pali. “In questo mondo ch’è pieno di lacrime io certe volte dovrei fare come Dario Hubner”, canta Calcutta nell’album che contiene la fortunata Paracetamolo ed è difficile dargli torto.

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