C’è Federica con il suo Cartoonia, ci sono Chiara e Sara con il nido Trilly, c’è Stefania con Piccoli Talenti, e poi c’è Valentina con l’Orto dei Nani e con BioBimbo e tanti altri. “Noi rimaniamo a casa, però voi non abbandonateci” chiedono. Sono i titolari di alcuni asili nido privati e servizi educativi del Lazio, protagonisti di un video pubblicato su Youtube. Per lo Stato sono classificati come ‘microimpresa’, ma per i bambini sono una seconda casa. Eppure questi luoghi colorati, pieni di disegni appesi alle pareti, dove migliaia di piccoli hanno mosso i primi passi, e grazie ai quali altrettante mamme hanno potuto dedicarsi al proprio lavoro, rischiano di non riaprire quando l’emergenza Covid19 sarà rientrata. O, per chi ce la farà, di riempirsi di debiti. Sono in ginocchio, perché la loro sopravvivenza è legata esclusivamente alle rette pagate dai genitori e oggi, invece, non potendo offrire lo stesso servizio, si ritrovano da soli a dovere sborsare comunque cifre importanti tra affitti e spese fisse. Per le centinaia di titolari di strutture del Lazio è stata aperta una pagina Facebook, e oggi fanno tutti parte del Comitato Educhiamo. Nato su iniziativa di un piccolo gruppo di gestori di strutture private lombarde, ora rappresenta migliaia di titolari di nidi, servizi educativi e scuole private e ha referenti in tutte le regioni.

LA SITUAZIONE IN ITALIA – È bastato un post sui social e in poche ore centinaia di strutture da tutta Italia hanno fatto richiesta d’aiuto al comitato, presieduto da Cinzia d’Alessandro, titolare del nido e scuola d’infanzia La Locomotiva di Momo di Milano. In tutta Italia sono 5.500 gli asili nido che accolgono bambini dai 0 ai 3 anni e oltre 7mila le scuole d’infanzia private che oggi si trovano in una situazione drammatica. “Le nostre attività non hanno ricevuto alcuna tutela dal decreto Cura Italia del 17 marzo” ha scritto la presidente del comitato in una lettera al premier Conte, spiegando che senza un intervento urgente “in soli due mesi” si dovrà dichiarare “la cessazione dell’attività”.

L’ALLARME IN LOMBARDIA – A lanciare l’allarme è anche Assonidi, associazione aderente alla Confcommercio milanese, secondo cui nel giro di massimo tre mesi a Milano rischia di chiudere per sempre il 40% dei nidi e delle scuole d’infanzia private. Alcuni sono già rassegnati. Un problema sociale enorme sia per titolari e dipendenti delle strutture, ma anche per bambini e genitori. Senza questi posti privati, infatti, quando si tornerà alla normalità quelli pubblici non potranno soddisfare la domanda. Solo in Lombardia sono 1400 le strutture private, tra nidi e scuole d’infanzia. I nidi privati offrono il 70% dei posti disponibili per i bambini dai 0 ai 3 anni. “Nel dl Cura Italia il servizio all’infanzia è totalmente escluso” spiega a ilfattoquotidiano.it Paolo Uniti, direttore di Assonidi, secondo cui “si deve intervenire subito su due livelli, il credito d’imposta per il canone di locazione che attualmente non è previsto per il nostro settore e sulle misure economiche per le imprese che si svolgono in via esclusiva”. Si chiede “la sospensione dei contributi a carico di queste micro imprese. Per lo Stato sarebbe un investimento, perché significa non dover sborsare risorse ancora più ingenti tra qualche mese, per esempio per i bandi”. Nel frattempo, l’assessore all’Educazione del Comune di Milano, Laura Galimberti, ha scritto a Silvia Piani, assessore alle Politiche per la famiglia della Regione, per chiedere la creazione di un fondo in cui fare confluire le risorse non utilizzate della misura regionale ‘Nidi gratis’ da destinare o alle famiglie o agli operatori in difficoltà.

AL COLLASSO I NIDI DEL LAZIO E DELLA CAMPANIA – Non va meglio in altre regioni. Secondo le stime di Aninsei Lazio, associazione di Confindustria che rappresenta gli istituti di istruzione ed educazione non statali, dei 26.500 bambini che frequentano i nidi nella Capitale la metà sono affidati a strutture pubbliche, mentre 6mila sono accolti da nidi convenzionati o in concessione e circa 7.500 da privati. Se in queste ore si è parlato dei nidi che con il Comune di Roma hanno firmato una convenzione (e per i quali il Campidoglio stanzia fino a 680 euro a bambino), che comunque si ritrovano senza la retta delle famiglie, poco si discute delle strutture che non hanno neanche la convenzione. Lo racconta a ilfattoquotidiano.it Valentina Pagliaccia, titolare di due nido in provincia di Roma, l’Orto dei Nani (a Colleferro) e BioBimbo (a Velletri). “A causa dell’emergenza ho dovuto chiudere un terzo asilo che avevo appena aperto – spiega – e ora rischio di non riaprire neppure le altre due strutture, con conseguenze devastanti non solo per me e i miei dipendenti, ma anche per i genitori”. E per quanto riguarda la sospensione dei mutui per le piccole imprese “ad oggi non riscontro questo tipo di aiuto dalle banche, anche se ho fatto richiesto per prolungare le rate del mutuo”. Federica Troiani ha aperto il suo asilo nido privato, Cartoonia, nel 2006. Ha lanciato un appello, sottolineando che “lo spostamento delle scadenze fiscali, la possibilità di accedere (all’80%) alla cassa integrazione straordinaria per i dipendenti, sono solo un rinvio del problema”. Mentre le entrate si sono azzerate, infatti, le spese fisse bisogna continuare a pagarle: “Affitti, utenze, contratti di manutenzione, consulenti, assicurazioni” solo per fare esempi concreti. È entrato a far parte del comitato Educhiamo anche il gruppo ‘Servizi per l’infanzia Campania Covid-19’ creato da Elisabetta Vozzella, direttrice dell’asilo nido ‘Il Bosco Magico’ di Avellino, di cui fanno ormai parte oltre 150 strutture campane.

LA QUESTIONE DELLE RETTE – Secondo alcune fonti, la maggioranza sarebbe al lavoro per le modifiche al dl Cura Italia, per l’inserimento di rimborsi a chi gestisce nidi e scuole materne sia pubbliche che private e per prevedere la restituzione delle rette versate dalle famiglie nel periodo di sospensione del servizio per la fascia 0-6 anni. Al vaglio una proposta del Pd che prevede di usare i fondi del bonus nido per dare un contributo per le rette non versate di 120 euro al mese per la fascia 0-3 anni e di 45 euro per chi si occupa dei bimbi fino a 6 anni. Al momento, però, nulla è scritto nero su bianco e ognuno si arrangia come può. Alcuni asili nido pretendono il pagamento delle rette, sostenendo che è stato firmato un contratto, ma moltissime realtà hanno scelto di chiedere un aiuto volontario, magari solo per parte della quota. In alcune province particolarmente carenti di asili, la paura di ritrovarsi a settembre senza una struttura sicura dove poter lasciare il proprio figlio e, magari, dover pagare cifre esorbitanti per una baby sitter, sta spingendo molti genitori a mobilitarsi. Anche se i sindaci di molti comuni hanno firmato delibere per esonerare le famiglie dal pagamento delle rette per i mesi nei quali non si usufruisce del servizio.

I RACCONTI DEI TITOLARI –Diverse le idee che si stanno facendo spazio in questi giorni. Tra queste quella di Giuseppe Bilancioni, cofondatore di Assonidi e della Giocomotiva, che a Milano ha tre sedi tra nidi e scuole dell’Infanzia. “In un momento di crisi come questo – spiega a ilfattoquotidiano.it – credo che sia opportuno rivalutare la necessità di una norma che consenta una riduzione dei canoni di locazione. Tutti stiamo perdendo qualcosa. Non capisco, dunque, perché se a qualcuno si chiede di chiudere le attività, ci debba poi essere una categoria di ‘intoccabili’”. Come in altre strutture, anche alla Giocomotiva si cerca di mantenere vivo il legame con tutti i bambini della scuola e le loro famiglie. Qui lo si fa con l’iniziativa “Io e te, comunque”. Si tratta di un appuntamento quotidiano con le famiglie, che ricevono ogni giorno un contributo, video, tutorial, schede attività, canzoni che ricordano l’importanza delle routine. Per Bilancioni “è lo Stato che dovrebbe intervenire e non le famiglie, alcune delle quali non sono neppure nelle condizioni di farlo ma – aggiunge – siamo in un Paese dove le strutture private sono storicamente mal tollerate dalla politica”. Eppure in questo caso i nidi privati non solo offrono un servizio di pubblica utilità, ma rappresentano una conquista sociale. Soprattutto per le donne. Ne è convinta Silvia Foroni, titolare dal 2001 dell’asilo nido Gaia, in zona Loreto, a Milano. Quarantotto bambini, sette dipendenti, più la cuoca e l’addetta alle pulizie. “Abbiamo chiuso per primi e riapriremo per ultimi, ma già siamo in ginocchio – si sfoga – per questo chiediamo aiuto allo Stato e alla Regione. Finora siamo stati dimenticati, insieme ai bambini che hanno perso degli importanti riferimenti affettivi. Noi abbiamo bambini di otto mesi”. Che prospettive ci sono? “Sento colleghi che parlano di fallimento, mentre per me è difficile anche dormire la notte. Senza le rette, ma con affitto e spese fisse non si può resistere a lungo. Oggi mi ha chiamato l’assicurazione. Come se nulla fosse”.

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