Piazza Affari e le altre borse europee hanno provato un rimbalzo dopo le chiusure negative di mercoledì. Ma la chiusura è stata debole, dopo che nel pomeriggio i listini avevano girato in rosso in scia all’avvio in negativo di Wall Street, con la bilancia commerciale in calo più del previsto e le richieste di disoccupazione a quota 6,648 milioni nella settimana che si è conclusa il 28 marzo. Maglia rosa Milano, che ha guadagnato l’1,75%, mentre Francoforte registra un +0,25%, Londra +0,48% e Parigi +0,33%. Lo spread tra Btp e Bund chiude a 191 punti con il rendimento del decennale italiano all’1,47%. A Piazza Affari Eni (+6,93%), Tenaris (+4,6%) e Saipem (+8,87%) hanno approfittato della ripresa del petrolio nero per recuperare parte del terreno perso nelle ultime settimane.

A muovere i mercati è stato proprio l’improvviso balzo del prezzo dell’oro nero, che nell’ultimo mese era andato a picco dopo il mancato accordo tra i paesi Opec guidati dall’Arabia Saudita e i paesi non Opec capitanati dalla Russia e sulla scia della quarantena globale che ha fatto precipitare la domanda di energia. A spingere il rialzo di oltre il 30% sono state le parole di Donald Trump che ha detto di aver parlato con il principe onorario saudita Mohammed bin Salman che gli ha dato notizia di un possibile accordo fra Russia e Arabia Saudita per il taglio della produzione. L’euforia iniziale è stata ridimensionata dalle precisazioni arrivate dal Cremlino, che al Financial Times ha negato qualsiasi “conversazione” fra il principe saudita e il presidente russo Vladimir Putin. Dal canto suo però l’Arabia Saudita ha chiesto una riunione d’emergenza dei Paesi produttori per stabilizzare il mercato raggiungendo “un accordo equo”. Ieri Riad aveva portato la propria produzione petrolifera sopra quota 12 milioni di barili giornalieri, il suo massimo, proprio nel momento in cui l’emergenza coronavirus ha fatto precipitare di almeno un quarto la domanda globale.

Tuttavia, lo scetticismo su una ripresa dei prezzi del petrolio è condiviso da diversi analisti. Le stime sono diverse, ma puntano tutte nella stessa direzione: quella di un tonfo della domanda. La società di ricerca Rystad Energy, per esempio, prevede che la domanda di petrolio crude scenderà quest’anno, di quasi il 23% su base annua, attestandosi a 77,6 milioni di barili. Flebili sono le speranze di una ripresa dei prezzi, che sono crollati del 70% rispetto ai massimi di gennaio, capitolando ai valori più bassi in quasi due decenni. Le speranze di una ripresa dei prezzi, che sono crollati del 70% rispetto ai massimi di gennaio, capitolando ai valori più bassi in quasi due decenni, sono quindi deboli. Martedì scorso, Trump non aveva nascosto il proprio stupore: “C’è così tanto petrolio, e in alcuni casi vale probabilmente meno dell’acqua. In alcune parti del mondo l’acqua vale molto di più. Non abbiamo mai assistito a una cosa del genere”. Ciliegina sulla torta: le scorte di petrolio crude Usa sono salite di 13,8 milioni di barili, riportando il rialzo maggiore, su base settimanale, dal 2016.

In vista delle elezioni presidenziali Usa di quest’anno, Trump ha più di un motivo per impedire il collasso del mercato della raffinazione Usa. Per questo intende discutere un piano di azione con i dirigenti dei giganti Exxon Mobil, Chevron, Occidental Petroleum Corp e Continental Resources, stando a quanto riportato dal Wall Street Journal. Nessun commento o conferma sono arrivati dai diretti interessati. L’American Petroleum Institute (Api), che rappresenta l’industria petrolifera e del gas degli Stati Uniti, ha riferito comunque, secondo Reuters, che parteciperà al meeting organizzato da Trump, aggiungendo tuttavia che, “al momento, non stiamo cercando di ottenere alcun sussidio federale o interventi specifici per il settore per far fronte alla re cente crisi del mercato”.

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