Sorpresa, il Servizio sanitario nazionale non è più universale, solo che non ce l’hanno detto. Questione di tempi, di modi, ma soprattutto di scelte, scelte importanti che non sono neanche state verbalizzate e meno che mai condivise. È qui il nocciolo di quella che lunedì il Forum del Terzo Settore insieme a Ledha, Uneba Lombardia e Alleanza Cooperative Italiane-Welfare Lombardia, ha definito, denunciandola, “strage degli innocenti” in riferimento alla mancanza di presa in carico, da parte della sanità lombarda, dei pazienti più fragili che vengono contagiati dal covid. Tanto che nelle sole case che ospitano anziani non più autosufficienti, le Rsa, si prevedono almeno 6mila morti.

Territorio non presidiato – “Dal nostro punto di vista il territorio andava presidiato prima, capisco l’urgenza degli ospedali, penso che nessuno di noi sia così sciocco da non capirlo, però bisogna essere in grado di fare entrambe le cose, perché se il territorio non viene messo in sicurezza, diventa luogo di contagio e se continuiamo a non presidiarlo, gli ospedali non smetteranno mai di avere pazienti ricoverati”. Valeria Negrini, presidentessa di Confcooperative – Federsolidarietà Lombardia e vicepresidente nazionale con delega al welfare, sa di cosa parla. “La situazione degli ospedali in Lombardia rispetto a quello che viene descritto sui media, è una cosa che nessuno se non sta qua riesce ad immaginare. Però credo che un’istituzione debba essere in grado di presidiare tutto: insieme all’emergenza ospedaliera bisognava pensare a come sostenere le strutture, perché si tratta di organizzarle in maniera diversa, non basta una circolare che dice che devo osservare tutti i protocolli”, dice schietta. Bresciana doc, è anche portavoce del Forum del Terzo settore Lombardia e ha seguito sul campo l’evoluzione dell’epidemia di Covid-19 in Regione, specialmente nelle strutture per i più fragili come le residenze sanitarie assistenziali (Rsa) per anziani.

“Rischiamo 10mila morti” – “Evidentemente il ritardo c’è ed è pesante, non soperché si comincia solo adesso a mettere la testa sul territorio, però questo è il fatto”, sottolinea a ilfattoquotidiano.it a poche ore da un incontro in videoconferenza con la Regione. Il primo, ottenuto il 30 marzo scorso, a più di un mese dall’inizio dell’emergenza. “In Lombardia abbiamo circa 60mila posti di Rsa accreditate e credo che alla fine di questa vicenda in difetto ne avremo perso almeno il 10%, ma se non vengono prese delle misure diverse, rischiamo di arrivare anche al 13-15%”, dice parlando di “dati impressionanti” e, con un forte accento bresciano, sottolinea come “pensare che lì non potesse entrare un contagio è stato sottovalutare il problema e infatti il contagio è arrivato”.

“Qualcuno si salva, si fanno miracoli” – Negrini racconta di operatori “fortemente responsabili che pensano che la persona vale qualcosa anche se ha 89 anni. C’è chi fa il suo lavoro con una generosità e una consapevolezza veramente encomiabile”. Spiega che, “ci sono persone anziane che guariscono e non moriranno tutti, però il rischio è veramente alto: il 10% sono più di 6mila persone in Lombardia e il 15 sono quasi 10mila persone. Sono tantissime. E molte non vengono nemmeno conteggiate”. Contrariamente a quello che pensiamo noi osservatori esterni, però, qualcuno si salva perché “le Rsa stanno facendo i miracoli. Stanno cercando di ricavare delle stanze apposite per separare i sani dai contagiati, di evitare in tutti i modi il propagarsi del contagio”. E stanno chiedendo, “a volte lo ottengono a volte no”, di fare i tamponi in maniera più sistematica, agli ospiti ma anche agli operatori… È chiaro che si può essere negativi un giorno e positivi un altro, ma i tamponi “vanno fatti in maniera sistematica, perché non si può rischiare di portare ulteriori malattie all’interno delle Rsa”.

La riunione in Regione un mese dopo – Eppure la Lombardia l’8 marzo ha chiesto alle strutture di accogliere i pazienti covid che sono stati dimessi dagli ospedali. E qui “si è aperta la polemica con la Regione, perché se le Rsa devono accogliere i pazienti covid o devono curare i propri pazienti covid in Rsa e non li possono portare in ospedale, allora le Rsa devono essere dotate dei farmaci adeguati e dei medici in grado di fare questo lavoro”. Il tema è stato finalmente trattato lunedì nel corso di un incontro con l’assessorato di Giulio Gallera, che ha convocato le rappresentanze degli enti gestori del sistema socio sanitario accreditato. “È proprio l’organizzazione che non funziona, abbiamo detto tutti che purtroppo siamo arrivati un po’ in ritardo, però ora vediamo di fare tutto il possibile e di lavorare meglio. Se continuerà a mancare la possibilità di somministrare farmaci adeguati in Rsa alla presenza di medici in grado di capire gli effetti di questi farmaci su persone fragili, se non ci sarà la possibilità di accedere a consulenze qualificate, nelle strutture drammaticamente continueranno a mancare delle persone”. La promessa è stata di un nuovo inizio anche a favore del sociosanitario. Nessuna marcia indietro, però, sulla richiesta di accogliere i pazienti covid, ma la garanzia di voler mettere le strutture in condizione di assistere anche queste persone.

“Si è deciso senza dirlo che non tutti hanno diritto alle cure” – Resta fuori un punto fondamentale, come nota l’avvocato Luca Degani che presiede l’Unione nazionale istituzioni e iniziative di assistenza sociale (Uneba) in Lombardia e parla di “scelte politiche molto forti“, che sono state prese “senza dirlo e senza rappresentarlo fino in fondo”. Lui invece lo dice senza troppi giri di parole: “Abbiamo un’emergenza che non ci aspettavamo e una pandemia che non sappiamo gestire, perché dobbiamo gestire delle strutture per anziani e disabili che sono state pensate per garantire a delle persone ultraottantenni con comorbilità una lungodegenza e abbiamo deciso che non hanno diritto alle cure ospedaliere, alla terapia intensiva o al tampone. Devono restare in Rsa a gestirsi un’infezione che per la loro età per la loro comorbilità li vede come i soggetti più a rischio morte”.

Certo, è chiaro che dietro c’è un calcolo di probabilità di sopravvivenza, ma è la fine dell’universalità del Servizio sanitario nazionale che è stata decretata in silenzio. “Con l’effetto che queste persone, che sono parte della popolazione, si trovano in strutture inadeguate a gestire l’acuzie nelle mani di personale che non è formato per questo: se decidi che non possono arrivare agli ospedali, allora devi decidere che il sistema aiuta queste strutture”, mandando strumenti, farmaci e tutti gli specialisti che servono. “Magari anche le mascherine e le indicazioni per l’ossigenoterapia”, sottolinea con un velo di amarezza.

Così abbandoniamo proprio chi ha costruito il Servizio sanitario universale – “Forse dovremmo chiederci se ridistribuendo le risorse, almeno non possiamo aiutare queste persone ad avere un altro livello di cura – prosegue Degani -. Su questo però non stiamo dicendo niente: è come se non volessimo affrontare la dimensione etica, quella delle scelte di fondo. Invece stiamo decidendo che si danno più risorse a chi ha più prospettive di sopravvivenza. In un sistema sanitario che funziona, stiamo facendo delle politiche di ridistribuzione delle risorse a danno dei non autosufficienti e dei disabili gravi”. In termini economici, chi paga il conto è “una generazione che sicuramente ha meno capacità in termini di sopravvivenza, ma che nell’ottica di un’economia dello Stato è quella più patrimonializzata, che probabilmente ha dato di più dal punto di vista tributario ed è quella che però oggi sta costando tanto dal punto di vista previdenziale“.

“Rischiamo di sembrare luoghi di morte, ma le Rsa non sono degli hospice”- E così, sempre in termini socioeconomici, rischia di andare a picco un sistema, quello delle case di lungodegenza, che negli ultimi 40 anni in Italia ha registrato una crescita capillare. Tanto che oggi in queste strutture, che non sono degli hospice, si riesce a dare una quarta età anche a chi è totalmente non autosufficiente, con una speranza di vita che va mediamente dai 2 ai 5 anni. Invece “stiamo rischiando di sembrare dei luoghi di morte e credo che questo sia un problema anche economico per chi ha fatto dei grandi investimenti, perché si sta sbagliando a identificare il mondo delle Rsa come un luogo in cui si muore, senza capire che si muore perché qui vive la popolazione più fragile. E almeno diamogli la dignità, il diritto di sentirsi presi in carico da un sistema che loro stessi hanno costruito“.

Esempi virtuosi ci sono, diventino norma – Invece è ora che “il modello lombardo, che sulle Rsa non sta funzionando, si metta a posto e serva a diventare il modello per altre regioni, perché le regioni avranno questo problema”. Nessun esempio virtuoso nell’attesa? “Si, le Ats di Mantova e Cremona hanno fatto un protocollo con l’ospedale Carlo Poma per mandare gli specialisti in Rsa. L’Ats di Bergamo adesso che sono arrivati i russi, sta attuando un processo di igienizzazione molto attento per le Rsa e il direttore generale della Ats di Brescia, Claudio Sileo, è stato il primo a trasferire dispositivi di protezione individuale dagli ospedali alle Rsa. Questi sono esempi virtuosi, ma non si può vivere di casi, devono diventare norma”. Vale a dire? “Se l’Ats di Mantova fa questo accordo, io Regione Lombardia ne prendo atto e dispongo che tutte le 9 Ats lombarde facciano accordi con le Aziende socio sanitarie territoriali lombarde, affinché si supportino le Rsa per igienizzazione, rianimazione, cure palliative, pneumologiche, e farmaceutiche. Così si fanno atti di natura programmatico-organizzativa, non provvedimenti spot”.

Perché le ambulanze non vengono più – È vero che per voi le ambulanze non escono neanche? “A Cremona non esce, ma perché dicono: dove ti porto il paziente? Al pronto soccorso non te lo prendono, in ospedale non lo mettono in terapia intensiva … Invece l’ospedale di Varese ha accolto gli ospiti della casa di riposo locale appena sono andati in emergenza, e pur avendo dei grandissimi numeri, la struttura in questo momento si sta gestendo meglio, sono riusciti a disinnescare questa presenza covid portando gli acuti in una struttura per acuzie”. E magari qualcuno guarisce. “Se gestisco bene un caso, la persona ha delle possibilità di sopravvivenza più alte delle possibilità di morte. L’ospite delle Rsa non può entrare nel sistema, perché la scelta è di non far entrare quel tipo di età, non perché non possa guarire, ma perché ha molte meno possibilità e con la sua presenza ne toglie ad altri. È chiaro che quello che si può fare in Rsa e quello che si può fare in terapia intensiva divergono diametralmente come possibilità di presa in carico”.

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