“Una vita troppo breve vissuta a perdifiato. Con un grande amore, il giornalismo, e tante passioni: il teatro, la letteratura, il cinema, la musica, soprattutto il jazz, e poi ovviamente lo sport, che per Massimo era anche specchio della vita stessa”. Così La Stampa annuncia la scomparsa del suo vicedirettore, Massimo Vincenzi, morto a 48 anni all’ospedale Santo Spirito a Roma dov’era ricoverato per una polmonite. Una carriera costruita a Repubblica, prima che Maurizio Molinari lo chiamasse a Torino nel 2016. “Uno che lavorava senza guardare l’orologio – ricordano i colleghi – se non per rispettare la chiusura. Un esempio di quanto si possa amare il mestiere”.

Aveva esordito alla Gazzetta di Mantova e poi, assunto nel quotidiano romano, era stato corrispondente da New York. “Ma ognuno di noi, quando pensa a lui, lo vede sempre e solo seduto alla guida dell’ufficio centrale, la macchina del quotidiano – ricorda Ezio Mauro nel suo ritratto su Repubblica – Quello era il suo posto, il luogo del suo talento, del suo carattere, lo snodo tra la formazione e l’ambizione, l’incontro tra la direzione e la redazione”. Per anni è stato anche il direttore di Colibrì, rivista letteraria. “Genio e sregolatezza” scrive Francesco Bei sulla Stampa “La citazione colta seguita subito dopo dalla battutaccia da spogliatoio, lui era così, prendere o lasciare”.

Sui social si moltiplicano i ricordi di chi lo ha conosciuto e ha lavorato con lui: le lunghe ore in redazione, i reportage dagli Stati Uniti. Le tante passioni, gli ancor più numerosi progetti. La letteratura, oltre al giornalismo. I racconti, il teatro. John Belushi. New York. I momenti bui, gli smarrimenti temporanei: “Addio Max, amico mio – scrive il collega Alberto Infelise su Twitter – Sarai sempre con me”.

Abbiamo passato al giornale un milione di ore insieme e altrettante di notte a tirar tardi quando ormai era già tardi se fossimo tornati direttamente a casa. Era molto conscio dei suoi pregi e dei suoi limiti.

— Alberto Infelise (@albertoinfelise) March 27, 2020

I colleghi ricordano le ore passate in redazione senza guardare l’orologio, soprattutto quando c’era da chiudere la prima pagina. Francesco Semprini ricorda i suoi pezzi da New York, mentre Nicola Pinna racconta che quando voleva concentrarsi diceva: “Zitti tutti, Mozart sta componendo”.

Immagine d’archivio

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