Il Consiglio superiore della magistratura ha bocciato gli interventi prevista dal decreto Cura Italia per ridurre il sovraffollamento carcerario e limitare il contagio nelle carceri. L’assemblea di Palazzo dei marescialli – riunita oggi con pochi consiglieri presenti e la gran parte da remoto – ha approvato a maggioranza una delibera nella quale si avverte: aver condizionato la detenzione domiciliare ai braccialetti elettronici, di fatto indisponibili, “contribuirà significativamente” a rendere questo istituto “inadeguato” alle sue finalità. Il parere è stato approvato con 12 voti a favori, 7 contrari e 6 astensioni. Hanno votato contro i laici di Lega e 5 stelle e i togati Nino di Matteo e Sebastiano Ardita (Autonomia e Indipendenza). Si è astenuto tutto il gruppo di Area. Gli altri consiglieri hanno votato tutti a favore, compresi il primo presidente e il pg della Cassazione.

Nino Di Matteo, annunciando il voto contrario al parere, ha definito le misure “un guscio vuoto” perché hanno eliminato tra le condizioni ostative alla concessione dei domiciliari “il pericolo di fuga e la reiterazione del reato”, creando quindi un “automatismo che potrebbe prescindere dalla valutazione del magistrato di sorveglianza”. “Senza l’assunzione della responsabilità politica di un indulto”, ha denunciato il togato, “si scarica sulla magistratura di sorveglianza la responsabilità della scarcerazione”. Di Matteo ha quindi ricordato le rivolte dei detenuti dei giorni scorsi e messo in evidenza il fatto che “la concessione di un beneficio in maniera indiscriminata rischia di apparire un cedimento dello Stato al ricatto di chi ha organizzato le rivolte nelle carceri”, dietro le quali ci sono “organizzazioni criminali”.

Solo ieri 25 marzo il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede aveva risposto alla Camera al question time sui provvedimenti adottati per la popolazione carceraria. Secondo i dati ufficiali comunicati dal Guardasigilli, la platea dei potenziali beneficiari delle misure è di 6mila detenuti. Ma sono solo duecento finora (su oltre 2600 che dall’inizio del mese per altre ragioni hanno lasciato i penitenziari) quelli che sono usciti dal carcere per effetto del decreto Cura Italia: 150 sono i semiliberi che hanno ottenuto la licenza di non rientrare più la notte in cella, 50 quelli che hanno avuto la detenzione domiciliare con una procedura semplificata. Una previsione su quanti effettivamente usciranno non si può fare perché ci sono troppe “variabili” e occorrono “requisiti” il cui possesso dovrà essere verificato dalla magistratura.

A Montecitorio, Bonafede è stato attaccato dal deputato leghista Jacopo Morrone, che ha accusato il governo di aver fatto uno “svuotacarceri mascherato per spacciatori, rapinatori, ladri e truffatori”, sancendo così la “resa” dello Stato alla rivolta nelle carceri. Il Guardasigilli in quell’occasione ha assicurato che sono disponibili 2600 braccialetti elettronici che consentiranno di controllare a distanza chi andrà a scontare la pena a casa. E agli ex alleati ricorda che “la norma approvata da questo governo non è nuova ma riprende, snellendolo per un periodo limitato, un meccanismo introdotto in Italia dalla legge n. 199/2010: una legge votata dall’allora Lega nord e dal Popolo delle Libertà”, che oggi grida “all’indulto mascherato”, pur non essendo i numeri attuali paragonabili a quelli di dieci anni fa, quando a uscire dal carcere furono in 9mila. Intanto ieri ha protestato anche Italia viva che continua a chiedere che sia rimosso il capo del Dap Francesco Basentini, ma soprattutto boccia come “inadeguati” gli interventi del governo e chiede un “vero provvedimento” per affrontare il sovraffollamento penitenziario. Ma anche per il Pd è ancora troppo poco, quello che si è fatto: bisogna accelerare, ha detto il responsabile Giustizia Valter Verini, perché con 10mila detenuti in più, rischia di esplodere nelle carceri “una bomba sanitaria”.

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