Con black swan (cigno nero) si indica una perturbazione sistemica e finanziaria imprevista e di grande portata come quella del 2008 (“Teoria del cigno nero”, Nicholas Taleb). Con green swan (cigno verde) ci si è di recente riferiti ad una uguale tipologia di evento ma causata da motivi ambientali ed ‘eco-sistemici’. Ne parla un bell’articolo del Sole 24 Ore, in data 20 gennaio: Rischi globali, perché il «cigno verde» potrebbe essere peggiore del «cigno nero» di Vitaliano D’Angerio e Andrea Gennai.

Una preoccupazione ‘green’ monta forte da anni anche nel mondo della finanza: Larry Fink, il capo del più grande asset manager al mondo, BlackRock, si è centrato sulle potenziali conseguenze finanziarie del surriscaldamento climatico. Mark Carney, governatore uscente della Banca d’Inghilterra, già nel 29 settembre 2015, davanti ai Lloyds di Londra, tenne il discorso “Tragedy of the Horizon”, suggerendo ai colossi assicurativi di muoversi in fretta nella lotta al climate change visto che sarebbero stati loro i primi a subire le conseguenze delle catastrofi ambientali.

Credo la crisi del Coronavirus possa di certo rientrare nelle emergenze di carattere ambientale, che sia generato da cattiva gestione della filiera alimentare (ipotesi del pipistrello) o da manipolazioni genetiche di superpotenze (ipotesi complottiste). Alle tante considerazioni su cosa stiamo imparando, che molti commentatori ottimisti come me stanno elencando, vorrei aggiungerne due:

1. La fragilità degli ecosistemi, che siano sottoposti ad agenti virali o climatici, sia l’acqua alta a Venezia o gli incendi in Australia, la distruzione dell’Amazzonia o i cicloni, il soffocamento dei mari a causa della plastica o dei cieli a causa dell’anidride carbonica;

2. La estrema interconnessione di noi tutti, del genere umano, su questa barca fragile (il nostro eco-sistema globale) in mari sempre più in tempesta. In un recente scambio con Daniela Fatarella (nuovo direttore generale di Save the Children Italia), consideravamo quanto questo speriamo possa aiutarci a capire meglio che siamo tutti profondamente interdipendenti, tutti, e in tutto il mondo, oggetti della stessa paura e della stessa speranza.

Che fare? Da questi due punti, del tutto evidenti, scaturiscono per me alcuni ricentramenti, che riguardano sia noi come cittadini e consumatori che l’azione collettiva. Con azioni possibili, semplici, ma che se interiorizzate in termini di abitudini di vita e di acquisto possono diventano ‘trend’, tali da accentuare un’evoluzione culturale green peraltro già in atto soprattutto tra i giovanissimi.

1. Una prima centratura è sulla potenzialità del nostro comportamento individuale. Così come l’influenza dei comportamenti e della responsabilità individuale è emersa chiaramente per isolare il virus, ugualmente vale per ‘isolare’ il consumo disadattivo e i prodotti ‘cattivi’. Il ‘votare con il portafoglio’, il poter influenzare fortemente e gravemente le politiche delle aziende, multinazionali, fondi di investimento, ci dà moltissimo potere. Attori sociali, quelli citati, che considero non nemici ma all’interno di una green alliance che deve includere anche i più distanti come parte della soluzione.

2. Una seconda centratura, più operativa e strettamente legata alla prima, è quella di andare (tornare) ad una green economy circolare, a partire da semplici comportamenti quotidiani: comprare da aziende responsabili che fanno del green un core-value e non uno strumento di marketing; comprare meno e ridurre gli sprechi casalinghi; ridurre il consumo di carne proveniente da allevamenti industriali a favore di diete più vegetariane e mediterranee; riutilizzare al massimo; riciclare. Per le aziende, specularmente, idem: fonti verdi, innovazione (es. nei processi produttivi con risparmio di acqua), riciclo degli scarti in una logica sistemica (cioè in rete con altri produttori che possano valorizzare ed usare quegli scarti).

3. Una terza centratura è porre al centro non tanto il prodotto o il rifiuto (come materia prima seconda di valore) ma il design complessivo del ciclo produttivo. Anche utilizzando grandi innovazioni sociali come il blockchain per la tracciatura della qualità (etica e green) della ‘catena di produzione’ e della filiera.

4. Nell’azione collettiva, mi attenderei un robusto risveglio green delle organizzazioni non profit, non solo di quelle ambientaliste e non solo le grandi Ong, sia sui territori che a supporto dei movimenti giovanili ambientalisti. Non è pensabile che in un Occidente che ci sta implodendo sulla testa si pensi solamente all’altrove e lontano, agli ‘ultimi’- laddove il problema e’ nei comportamenti dei ‘primi’. Sarebbe una grave schizofrenia sociale e ancor più una incomprensibile rinuncia all’azione collettiva.

Ecco allora che il “cigno verde” potrebbe essere per tutti – cittadini, aziende, nonprofit, istituzioni e governi – non solo un monito, ma una occasione unica e preziosa da cavalcare, per volare con eleganza in un futuro davvero sostenibile.

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