Fare tamponi prima di quanto fatto finora per evitare che pazienti curabili a casa arrivino in ospedale. “I primi sette giorni di malattia sono fondamentali. Se facessimo tamponi rapidi a chi ha pochi sintomi e iniziassimo subito a curarli, molti pazienti non avrebbero bisogno dell’ospedale. La fase iniziale della patologia è importantissima e la stiamo sottovalutando: è gravissimo il fatto che non si agisca, laddove possiamo ridurre il danno“. È l’opinione che esprime all’Ansa, Francesco Le Foche, responsabile del Day Hospital di immunoinfettivologia al Policlinico Umberto I Università La Sapienza di Roma che sottolinea: “Le terapie intensive sono in sovraccarico perché abbiamo un ritardo nell’individuare i pazienti con sintomi e nell’iniziare a trattarli con antivirali che permettono di ridurre la replicazione del virus e evitare il peggioramento”. “Nelle prime 72 ore dopo i primi sintomi di Covid-19 avviene il danno virale nelle cellule del polmone profondo. Dopo c’è una risposta del sistema immunitario, che crea una infiammazione simile a quella che si rileva nelle polmoniti interstiziali autoimmuni e dovuta alla cascata citochinica, che si sovrappone al danno fatto da virus. E, dopo circa sette giorni, si arriva a un bivio.

“L’80% dei casi migliora, l’altro 20% può andare incontro a un interessamento del polmone profondo che induce una polmonite interstiziale bilaterali”, spiega l’immunologo. È nei primi giorni che, secondo Le Foche, “sprechiamo tempo prezioso, nella prima settimana abbiamo una artiglieria che non risponde. Per questi pazienti, oggi in Italia non si fa nulla, spesso non vengono individuati e quelli individuati vengono solo messi in isolamento domiciliare fiduciario”. Il paziente paucisintomatico (con pochi sintomi) invece, oltre al fatto che ne vanno rintracciati i contatti, “va trattato con idrossiclorodina, vecchio antimalarico orale, molto attivo sia come immunomodulante che nell’abbassare la capacità del virus di replicarsi, e tollerabilissimo”.

Ci sono poi marcatori sierologici, come proteina C reattiva, ferritina, Ldh e emocromo, che “andrebbero utilizzati per individuare precocemente, con analisi del sangue da effettuare già nei primi quattro giorni, coloro che andranno incontro a una risposta immunologica molto forte, che porta alla terapia intensiva. A questi pazienti si può iniziare il trattamento con tocilizumab, farmaco per l’artrite, per il quale è partita una sperimentazione“. Così si fa all’Umberto primo, dove i pazienti sintomatici sono ricoverati in reparti a bassa intensità di cura. “Ma la maggior parte di loro – conclude – dovrebbero esser trattati a domicilio dalla medicina del territorio e questo non viene fatto. Il rapporto costo-beneficio, sia dal punto di vista umano che economico, sarebbe enorme“.

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