Da Milano a Napoli sale la tensione. I sindacati manifestano preoccupazione per il dilagare del contagio e, in Lombardia, lanciano appelli affinché venga chiusa qualunque fabbrica non strategica, denunciando chi si ostina a rimanere aperto “facendo magazzino in viste di eventuali imminenti stop obbligatori”. E – accanto a quelle che hanno già deciso di fermarsi – ce ne sono di aziende che si ostinano a non chiudere “anche in condizioni poco sicure per i lavoratori”.

Ma se, per ora, Fim, Fiom e Uilm nazionali hanno stabilito che sarà sciopero nelle imprese italiane che si stanno rifiutando di applicare il Protocollo firmato da sindacati, governo e Confindustria o che non rispettano le prescrizioni sanitarie, discorso a parte merita la Lombardia, la regione più colpita. Per Cgil, Cisl e Uil regionali non c’è altra soluzione: “Sospendere tutte le attività non essenziali e indispensabili alla sopravvivenza, ridurre gli orari di apertura dei grandi centri commerciali e chiuderli la domenica, chiudere le poste e le banche e limitarsi a garantire i servizi on-line, rinviare tutte le scadenze”. Fim, Fiom e Uilm si uniscono all’appello.

E, ora dopo ora, da Nord a Sud i sindacati segnalano “i casi di chi, al di là di decreti e protocolli che lasciano ai singoli una certa discrezionalità, forse occorrerebbe prendere decisioni più coscienziose”. Invece accade che a Somma Vesuviana (Napoli), la società aerospaziale Dema premi con 100 euro gli operai che vanno in fabbrica a lavorare durante l’emergenza Coronavirus su richiesta dell’azienda. Un premio che è cosa diversa dal bonus di 100 euro previsto dal decreto ‘Cura Italia’ e che è stato offerto ai lavoratori più ‘fedeli’ della Dema “per il loro senso di appartenenza”. “Non è vietato dalla legge – spiega la Fiom Cgil – ma è un comportamento antisindacale”.

A MILANO 15 AZIENDE CON CASI ACCERTATI DI CONTAGIO – Sono diverse le situazioni al limite anche nel capoluogo lombardo. “Alla Fiat di Pregnana Milanese – racconta a ilfattoquotidiano.it Roberta Turi, segretaria generale della Fiom di Milano – vogliono mantenere aperto il magazzino con 30 lavoratori e mettere in cassa tutti gli altri dipendenti. E parliamo di uno stabilimento che dovrebbe chiudere a dicembre”. Poi c’è la Fluidotech di Corsico: “Il 50% dei lavoratori è in malattia e ad alcuni di loro è già stato diagnosticato il Coronavirus”. Per quanto riguarda la Fluidotech, successivamente è lo stesso sindacato a fare sapere a ilfattoquotidiano.it quanto precisato dall’azienda, ossia che il grado di assenteismo è pari “al 20% circa della totalità dei dipendenti, con un picco massimo del 27% per quel che riguarda il solo settore della produzione”. Inoltre, nonostante alcuni lavoratori siano costretti in questi giorni a casa per malattia, “a nessuno di loro è stata, al momento, diagnosticata la Sindrome respiratoria acuta grave Coronavirus 2”, mentre l’azienda assicura che che si sta seguendo “con grande attenzione l’evolversi della situazione emergenziale”, nel rispetto “della salute e della sicurezza dei lavoratori, nonché della normativa di settore”. E, ancora, l’americana Hyster Yale di Masate che “per fronteggiare il calo produttivo per l’elevato numero di dipendenti ammalati sta prendendo lavoratori precari in somministrazione”.

Per Roberta Turi bisogna andare oltre il decreto e i protocolli. “Sono già superati dai numeri dell’emergenza – dice – ed è per questo che abbiamo la posta elettronica Pec intasata per le richieste di cassa integrazione. Ieri ne abbiamo contate ottanta da altrettante fabbriche, oggi oltre cento, ma arrivano in continuazione. Nel territorio, solo tra quelle di cui abbiamo contezza, ci sono 15 imprese metalmeccaniche con lavoratori contagiati e alcune di queste continuano a rimanere aperte. A preoccuparci, però, sono soprattutto quelle con dipendenti infetti, dove neppure arriviamo”. D’altro canto fino alla scorsa settimana nel milanese le aziende erano quasi tutte aperte.

LE ORDINANZE SOTTO ACCUSA – Tuttora arrivano segnali politici che il sindacato ritiene controproducenti. “La Lega fa propaganda sulla pelle dei cittadini”, accusa Turi. Ed esprime contrarietà verso l’ordinanza congiunta firmata dai sindaci di Cinisello Balsamo e di Sesto San Giovanni, Giacomo Ghilardi e Roberto Di Stefano, per dare un ulteriore giro di vite alla restrizioni alla circolazione delle persone. “Con il nuovo provvedimento non è più possibile utilizzare piste ciclabili e biciclette per andare a spasso, ma lo si potrà fare per andare al lavoro, fare la spesa e acquistare farmaci”. Nella stessa ordinanza si vietano le attività motorie all’aperto, anche individuali, come per esempio jogging, passeggiate, giochi. “Correre solo no, lavorare in gruppo in fabbrica sì. È un’ipocrisia”. Da qui l’appello che Fim Milano Metropoli, Fiom Milano e Uilm Milano Monza e Brianza lanciano alle imprese metalmeccaniche, affinché fermino le attività produttive che non costituiscono servizi essenziali per evitare che tante lavoratrici e lavoratori si rechino al lavoro rischiando di contagiare ed essere contagiati. “Ricordiamo – spiegano i sindacati – che l’articolo 2087 del codice civile impone alle aziende di adottare tutte le misure necessarie alla tutela della salute dei lavoratori. Nel caso in cui si riscontrassero contagi di lavoratori riconducibili ad inadempienze da parte delle aziende, procederanno in sede civile e penale per ottenere il risarcimento del danno”.

LA SITUAZIONE IN LOMBARDIA – Difficile disegnare un quadro completo della situazione in Lombardia, dove i sindacati stanno cercando di gestire i vari fronti aperti nelle ultime settimane con le imprese. Molte non hanno avuto scelta, anche a causa del numero di dipendenti contagiati. Altre stanno approfittando della possibilità data dal decreto ‘Cura Italia’ con la cassa integrazione speciale ‘Emergenza Covid 19’, che può essere utilizzata immediatamente per sospendere l’attività produttiva per nove settimane e per la quale non deve essere pagato il contributo addizionale. Sta accadendo a Bergamo, Brescia, Lecco. Eppure non sembra che questo sia sufficiente. “Anche se nelle ultime ore si ricorre molto alla cassa integrazione – spiega a ilfattoquotidiano.it Maurizio Oreggia, segretario generale Fiom Cgil di Lecco – purtroppo restano molte aziende aperte, anche se abbiamo riscontri di tassi di assenteismo anomali”. Molte sono collegate al settore automotive e del gas&oil. “Non spetta a me stabilire se siano o meno strategiche, non l’ha fatto neppure il governo, ma credo che serva una maggiore riflessione da parte di alcuni imprenditori”, aggiunge. Dopo uno sciopero indetto da Fiom e Fim qui si è fermata l’azienda Fontana Pietro (settore automotive), così come altre grandi e piccole realtà avevano fatto nei giorni precedenti. Restano aperti i produttori di valvole della Cameron, a Colico Piano, ma anche la Marcegaglia Carbon Steel di Lomagna. “La speranza è che ci sia un ripensamento nelle prossime ore, ma il problema ancora più serio – aggiunge Oreggia – riguarda le aziende dove non ci sono i sindacati e in Fiom riceviamo decine di telefonate di lavoratrici di aziende che non conosciamo e che segnalano situazioni anomale”.

FIOM NAPOLI: “APERTURE SENZA SENSO” – A chilometri di distanza, il segretario Fiom di Napoli Rosario Rappa condivide le stesse perplessità ed è convinto che “bisogna consentire di andare avanti solo alle aziende la cui produzione è necessaria per la gestione dell’emergenza. E questo vale anche per il settore manufatturiero”. Proprio in queste ore, invece, ha suscitato indignazione l’offerta ai propri dipendenti dell’azienda dell’aerospaziale Dema, che lavora per Leonardo, Boeing e Bombardier e ha quattro stabilimenti tra Campania (Somma Vesuviana e Benevento) e Puglia (due stabilimenti a Brindisi) per un totale di circa 750 dipendenti. L’azienda, tra l’altro, è in concordato preventivo e, proprio in questi giorni, avrebbe dovuto presentare un piano industriale di rilancio. Senza che ci fosse alcuna produzione indispensabile e dopo un incontro con le Rsu che avevano denunciato la mancanza di mascherine e di sanificazione arrivando a proclamare lo sciopero, l’azienda ha promesso un premio di 100 euro ai lavoratori che fossero tornati in servizio. “È evidente che ci siano state pressioni – spiega Rappa – ma noi abbiamo chiesto che venga applicato il protocollo firmato con Confindustria. Tra l’altro, molti dipendenti quei soldi li hanno dati in beneficenza”. Un altro caso è quello della Leonardo Elicotteri. “Una cosa è mantenere la manutenzione – aggiunge il sindacalista – ma, per chi lavora con Boeing e Airbus, continuare a produrre forniture in una fase come questa non ha molto senso”.

Lo stesso dicasi per l’Avio di Pomigliano per cui la Fiom ha indetto lo sciopero: “Riteniano non ci siano le condizioni per andare avanti con due casi accertati di Coronavirus e 80 lavoratori in quarantena”. L’azienda ha sanificato lo stabilimento su richiesta del sindacato “ma mi risulta che entrino massimo 150 lavoratori su oltre mille e circa 80 sono interinali, quindi in una situazione che li rende facilmente ricattabili”. Ci si interroga anche sulla necessità di mantenere attiva la produzione della Fiat di Pomigliano. Dopo uno sciopero e una riunione con i sindacati, FCA si è fermata, prima tra le grandi fabbriche italiane ed è tuttora in corso una discussione, visto che si dovrebbe rientrare lunedì, 16 marzo. Resta aperta anche la Whirlpool di Napoli, i cui lavoratori nei giorni scorsi si sono mobilitati donando sangue all’ospedale Cotugno. “Anche in quel caso c’è una vertenza molto complicata – sottolinea Rappa -, finora si è scelto di andare avanti, ma potrebbero essere i prossimi a chiudere”.

ABB ORGANIZZA FLASH MOB, MA CONTINUA A PRODURRE DI TUTTO – Altro caso è quello della multinazionale elettrotecnica svizzero-svedese Abb. “L’azienda propone ai dipendenti delle sedi italiane un flash mob per lunedì 23 marzo, con un nome ad hoc (‘Abb abbraccia l’Italia!’) e li invita a indossare qualcosa di rosso (“il nostro colore”), a mostrare il logo sulle divise e a scattarsi “una bella foto” da inviare alla direzione, ma intanto il lavoro è no-stop”, denuncia Mirco Rota, responsabile Fiom per Abb. Nessun accenno, quindi, a una riduzione della produzione in un momento così delicato. “Abb continua imperterrita con la sua gestione degli stabilimenti – spiega il rappresentante sindacale – in particolare quelli situati in Lombardia, in modo assolutamente unilaterale, senza accordi con le organizzazioni sindacali”.

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