Ogni sera a quest’ora (sono le sei) tanti di noi s’affacciano al computer per la consueta, tremenda contabilità funeraria. Chi ci ha lasciato oggi? Quanti di noi non ce l’hanno fatta? Quante famiglie stanno piangendo e quante lacrime ancora dovremo versare? Facendo il giornalista mi sono però incuriosito a due dati che ogni giorno, dall’inizio dell’epidemia, riporto nel mio quadernetto. I numeri dei decessi e quello dei nuovi arrivi in terapia intensiva. Noto, purtroppo, una costante: i primi sono quasi sempre un multiplo dei secondi. Esiste cioè una enorme differenza quantitativa tra i decessi e i nuovi arrivi in terapia intensiva. Trascrivo, per esemplificare, solo l’ultimo, quello riferito pochi minuti fa dalla Protezione civile: in Italia abbiamo avuto ieri 627 morti. Il picco, la cifra più grande e più tragica da quando questa brutta storia è iniziata. Bussano oggi purtroppo alla porta della terapia intensiva in altri 168. Finora il conto complessivo, ancorché parziale, di questa tremenda contabilità è di 4032 decessi e 2655 ricoverati in terapia intensiva. Se tutto fosse come supponiamo, e cioè che i deceduti sono stati curati fino all’ultimo stadio, quello della rianimazione o della terapia intensiva, avremmo, e faccio riferimento al bilancio di ieri, 459 letti liberi da stasera. 459 rappresenta la differenza tra chi lascia la vita e chi invece arriva nel punto estremo per tentare di sopravvivere. Ma perfino la metà di questa orribile disponibilità, ritenendo che tanti decedono a casa e tanti altri magari in una affollata corsia, renderebbe meno pressante l’urgenza di acquisire questi macchinari salva vita. Invece da tre settimane non si fa altro che parlare della necessità dei ventilatori, della assoluta urgenza di realizzare nuovi posti di terapia intensiva, del fatto che alcuni ospedali, come quelli lombardi, provatissimi dall’epidemia, non abbiano più dove mettere i malati gravi. E non c’è dubbio che è la dura realtà. Ma allora coloro che muoiono dove trovano la morte? Mi verrebbe di rispondere d’impeto , ma tremo al pensiero che sia così.

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