di Valentina Petri*

E quindi da adesso si fa sul serio. All’inizio siamo rimasti un po’ disorientati, lo ammettiamo. E’ stato spiazzante, di colpo, da un giorno all’altro, senza data di scadenza, passare dalla lavagna di ardesia col cancellino a girella e il casino da stadio all’overdose digitale di link e file inviati nel silenzio assoluto. Ma vorrei vedere la gente normale. Come se dalla bicicletta, quella con la ruotona grande e la ruotina da inizio Novecento, vi catapultassero sulla Honda di Valentino Rossi. Cioè. Un po’ si sbanda.

Per un attimo abbiamo anche scherzato. Poi è diventata una sfida, di quelle che si prendono di punta, una missione, un dovere da compiere. Si può fare, come diceva il dottor Frankenstein. Abbiamo attivato piattaforme, distribuito password e username come caramelle, intimato il recupero delle credenziali, inviato elenchi allucinogeni di cose da fare.

Le famiglie ci odiano. Ci odiano spesso a prescindere, ma oggi di più. Famiglie divise tra chi “ma insomma, prendono lo stipendio e se la cavano con un elenco di esercizi da fare? Cinquanta moltiplicazioni, cento divisioni, duecento parole di analisi? Così ero capace anch’io! Che poi, chi è che glieli fa fare, eh? Noi! Mica fanno le lezioni virtuali!” e chi invece “Beh però anche così, a star dietro a tutto, i video di uno, gli esercizi online dell’altro, io non vivo più, com’è che a distanza ‘sti ragazzi sono più impegnati di prima?”. Insomma, come fai sbagli.

E perdonateci, perché questa volta davvero non sappiamo quello che facciamo. Deve essere il primo periodo della storia dell’uomo in cui la scuola viene rimpianta. Io me lo segnerei. Però, dopo due settimane, anzi tre, di didattica a distanza comincia a venir fuori il problema vero. Che non sono i ragazzi, non lo sono mai. Sono le differenze.

Le differenze tra chi ha un computer, una stampante, un telefono, un iPad e i genitori che si interessano, chiedono, sollecitano, si incazzano pure, ma almeno ci sono. E chi invece ha i genitori che non hanno ancora capito bene, hanno soltanto un cellulare con la connessione zoppa, venti schede per materia, per ogni figlio, e non le possono stampare, anche perché magari i figli sono tre o quattro.

Ci esaltiamo tanto perché nelle chat virtuali ci sono quasi tutti. Quasi. E chi manca? Non i più disinteressati. I più deboli. Che poi magari si disinteressano perché se non riesci a star dietro a tutto è facile pensare “ma sì, pazienza, non fa per me, chissenefrega”. Però diciamole le cose come stanno.

Cioè che non tutti hanno gli stessi mezzi, le stesse opportunità, gli stessi stimoli. Che ci ostiniamo a curare chi ha già le medicine in casa e sa in che ospedale andare, mentre qualcuno non sa neppure di essere malato. Perché, certo, andrà tutto bene. Più o meno. Ma quando sarà finita, e finirà, e sarà l’ora delle polemiche, io spero tanto che ci si segga intorno a un tavolo, a meno di un metro di distanza l’uno dall’altro, e si discuta seriamente su come fare perché non ci siano più malati di serie a e di serie b o studenti di serie a e di serie b. O, banalmente, cittadini di serie a e di serie b.

Perché la scuola è di tutti e, se così non è, abbiamo perso. Tutti.

*professoressa presso l’Istituto professionale Lombardi (Vc). Autrice della pagina Facebook Portami Il Diario

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