Due interviste al Corriere della Sera e Repubblica per fare il punto sulla città che amministra, Milano, simbolo della moda e del design italiano nel mondo. Anche lei, come l’Italia intera, rallentata dall’epidemia del coronavirus. Lui, Beppe Sala, parlando ai due quotidiani, pur dicendo che “lo stigma su Milano è eccessivo”, cambia registro rispetto a una settimana fa, quando richiamava alla “positività” chiedendo la riapertura dei musei – il 2 marzo il Duomo è tornato visitabile con ingressi scaglionati – e sollecitava un rapido ritorno alla normalità lanciando sui social il video #milanononsiferma. Ma la ripresa della dinamicità di routine per il capoluogo lombardo potrà essere possibile almeno tra un paio di mesi. Una considerazione temporale basata sul confronto “con degli imprenditori in Cina che lavorano fuori dalla zona rossa – dice il sindaco -. Il ritorno alla normalità per il loro business è cosa di questi giorni, ossia dopo un paio di mesi. Potrebbe essere così anche per noi. Questo – precisa – ci fa capire quanto sia necessario adesso cambiare il nostro modo di vivere per contenere il contagio”.

Sala concorda con “le decisioni del governo: in questo momento bisogna essere rigidi. Se il limite è la capacità ricettiva ospedaliera, è bene fare di tutto per rallentare la diffusione dell’epidemia”. Esalta il lavoro di medici e personale sanitario e sottolinea che “bisogna riadattare i luoghi adatti per i ricoveri e dobbiamo acquistare mascherine che mancano agli stessi medici”. Condivide la scelta del governo di tenere chiuse le scuole “in modo che le persone si organizzino e siano in grado di gestire la situazione” e precisa questa situazione è un banco di prova per misurare “lo stato di salute della nostra società. Guardo ad altri Paesi, che danno un’idea di compattezza. Noi facciamo fatica a metterci insieme e non so se ci riusciremo stavolta”, sottolinea. “Eppure, se la politica non guida, anzi lavora sulla percezione degli umori del popolo e non sulla speranza, stavolta rischia la bancarotta“. Al governo però fa richieste precise: in primis “di estendere alcuni provvedimenti presi per la zona rossa anche alla zona gialla. Serve un intervento rapido per le categorie più in difficoltà: il turismo, i bar, i ristoranti”. Chiede di “allargare il contributo di 500 euro mensili per i lavoratori autonomi anche al nostro territorio. “Ricorda che “i piccoli albergatori rischiano di morire” e propone “una cassa integrazione in deroga sotto i 15 dipendenti” e la sospensione dei tributi per minimo “due, tre mesi, ma si potrebbe anche considerare di non farli pagare per tre mesi”.

Nell’emergenza coronavirus, “Milano è il laboratorio migliore per capire come venirne fuori”. Sino a domenica, continua, “non si capiva se ci stavamo avvicinando al picco oppure no, ora ci stiamo dicendo che siamo ancora in fase di risalita e che dobbiamo tenere duro. Milano è la trincea che deve resistere, è fondamentale”. Perché la città torni a correre, dichiara il sindaco, “credo che ci vorrà un annetto. Nel frattempo bisogna fare cose piccole ma immediate. Dopo che è saltato il Salone di Ginevra mi ha chiamato l’ad di Fiat Auto che ha pensato a Milano per il lancio della 500 elettrica. Gli stendo i tappeti rossi“. “Lo stigma su Milano è assolutamente eccessivo. Nella fase iniziale siamo partiti un po’ alla garibaldina facendo tamponi à gogo. Non è stato così in altre città europee”, osserva Sala. “A Milano dobbiamo fare due cose: tenere botta e pensare già al rilancio della città. Sto pensando a come rilanciare la città, a un piano di comunicazione internazionale, a chi chiamare intorno al tavolo”. Ricorda che Milano è inserita in un “circuito globale” e che “è una città che senza apertura al mondo si affloscia”. “Girare per questa Milano rallentata dimostra che l’idea di una realtà chiusa ak resto del mondo, oggi, è follia. Oggi, con le luci spente e i turisti in calo, si vede come sarebbe l’Italia autarchica e non è uno spettacolo piacevole”.

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