Dover aspettare almeno 48 ore per poter aprire un pacco spedito da un’azienda dell’Emilia Romagna ed essere costretti a disinfettare tutta la merce prodotta, inserendo poi le scatole da spedire in dei cellophane sigillati per rassicurare i propri clienti e fornitori. Questo è quello che sta capitando in questi giorni di emergenza per il coronavirus a un’azienda del distretto produttivo della Brianza, la Cross Point di Desio, nel nord di Milano, che dopo aver dovuto fronteggiare il blocco della produzione e delle importazioni dalla Cina, ha dovuto fare i conti con le insistenti richieste di rassicurazioni sulla “sanità” dei loro prodotti e con i timori dei corrieri, che nel dubbio delegano le responsabilità delle consegne alle aziende destinatarie. Con conseguente aumento dei tempi della filiera e spreco di imballaggi.

A descrivere la situazione è M. M., global purchasing director dell’azienda: “Abbiamo fatto tesoro dell’esperienza già vissuta nel mese di gennaio nella nostra sede di Shenzen, in Cina, e così abbiamo replicato le stesse misure anche qui in Italia – racconta a Ilfattoquotidiano.it -. Abbiamo sviluppato una miscela composta per il 75% da alcol che non danneggia il cartone usato come packaging e la nebulizziamo su tutti i nostri prodotti in consegna. Al momento la disinfezione dei pacchi è lasciata a discrezione delle singole aziende ma noi, pur non trovandoci nella zona rossa dei focolai di coronavirus, preferiamo adottare comunque misure precauzionali e così spruzziamo la miscela alcolica su tutti gli imballaggi e poi avvolgiamo i pacchi in consegna in dei cellophane che sigilliamo. Questa procedura viene fatta quotidianamente su tutta la merce in uscita dal nostro magazzino di Desio, sia che sia stata prodotta lì o che arrivi dalla nostra sede cinese. Tutti i nostri fornitori e clienti sono stati avvisati di questo nostro sistema, così chi riceve la nostra merce ha la certezza che ciò che è contenuto all’interno del cellophane è sicuro, mentre non rispondiamo di eventuali contaminazioni dell’involucro esterno durante il trasporto”.

Una procedura che, per quanto decisamente poco ambientalista, – in assenza di protocolli ufficiali da parte delle autorità – serve all’azienda come autotutela dal momento che in questi giorni di psicosi da coronavirus tutto ciò che è collegato alla Cina viene visto con diffidenza. Così, anche se l’Istituto Superiore di Sanità nel suo vademecum rassicura che “da precedenti analisi, sappiamo che i coronavirus non sopravvivono a lungo (viene stimato un massimo di 7-9 giorni) su oggetti come lettere o pacchi”, “noi apriamo tutti gli imballaggi della merce in arrivo dalla nostra sede di Shenzen con guanti e mascherine – prosegue -. Poco importa se si tratta di uno dei grandi centri cinesi meno colpiti dal coronavirus, se nessuno dei nostri dipendenti cinesi ha fortunatamente contratto la malattia e se la merce ha viaggiato almeno una settimana prima di arrivare in Italia, in questo momento ci sentiamo in dovere di prendere ogni tipo di precauzione. E così, in fase di consegna tutto viene spostato in un nuovo packaging, disinfettato e avvolto nei cellophane, in modo da rendere praticamente nulli i rischi di contagio”. Tutto questo non solo per tutelare clienti e fornitori, ma anche (e soprattutto) i propri dipendenti: da legge, basta un solo caso di contagio accertato in azienda infatti, per mandare in quarantena tutti i lavoratori e bloccare la produzione per 14 giorni.

La psicosi da coronavirus riguarda anche i corrieri che, oltre ad aver sviluppato un nuovo sistema di firma al momento della consegna e ad aver inviato a tutti i propri utenti una mail con i provvedimenti presi in linea con le direttive delle autorità, stanno delegando alle aziende destinatarie la decisione di accettare o meno un pacco in arrivo dalle aree incriminate. Come è successo all’azienda in questione: “Mercoledì ci arriva la chiamata del corriere che aveva in carico la spedizione di un nostro fornitore che ha sede a Guastalla, in provincia di Reggio Emilia – spiega ancora M. M. -. La cittadina non rientra nella zona rossa, non ha avuto casi di contagio accertati finora, eppure solo perché nella regione ce ne erano invece stati il corriere ci ha chiesto se volessimo davvero ricevere la spedizione. Noi abbiamo confermato ma abbiamo comunque voluto prendere precauzioni e così al momento della consegna ce la siamo fatta lasciare (da un incaricato con guanti e mascherina) all’esterno del nostro magazzino, l’abbiamo cosparsa di disinfettante e non la apriremo prima che siano trascorse 48 ore all’aria aperta per evitare che vi siano accumulate eventuali polveri infette. È uno scrupolo che può sembrare eccessivo eppure in questo frangente rischia di diventare la normalità. D’altra parte ci stiamo abituando anche a farci misurare la temperatura tutti i giorni tre volte al giorno, quando arriviamo, in pausa pranzo e all’uscita”.

Questo è solo un esempio di risposta all’emergenza coronavirus, ma in mancanza di procedure codificate valide per tutti, molte aziende di Lombardia e Veneto (non solo quelle che si trovano nella zona rossa dei dieci comuni del Lodigiano) muovendo in autonomia per evitare, da una parte i rischi di un possibile contagio e dall’altra quello di ricadute economiche sulla propria filiera produttiva. C’è chi si limita a contattare i partner per chiedere informazioni, chi ha bloccato tutte le consegne e le spedizioni per le aree incriminate (anche oltre le cosiddette zone rosse), chi manda corrieri propri (muniti di guanti e mascherina) a ritirare e consegnare la merce e chi invece – come Kone – ha attivato subito dei nuovi sistemi di controllo avvisando di “verificare urgentemente che il vostro personale diretto o indiretto, incluso il personale che effettua i servizi logistici e di trasporto dalle vostre sedi o magazzini verso i siti produttivi situati in Italia non sia proveniente dalle aree che il Tribunale di Milano ha identificato come a maggior contagio e che altresì il personale sopra indicato non abbia avuto di recente contatti con gli abitanti di questi comuni”.

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