Non ricordava che la figlia, dieci giorni prima, era stata a Milano per un concerto. Per questo prima gli operatori del call center dell’Istituto superiore di sanità e poi quelli dell’istituto Spallanzani non lo hanno considerato un “caso sospetto” e non gli hanno fatto il tampone, nonostante al Tor Vergata di Roma gli fosse stata diagnosticata una “leggera polmonite”. È quanto emerge dalla ricostruzione della trafila che il 53enne poliziotto di Pomezia, cittadina alle porte della Capitale, ha condotto dal 25 febbraio fino al 2 marzo, quando l’ospedale Lazzaro Spallanzani ne ha comunicato la positività al coronavirus. Girando i pronto soccorso di almeno tre nosocomi a Roma e provincia – il Sant’Anna di Pomezia, Tor Vergata e, in ultimo, il Gemelli – facendo rischiare, pur indossando in tutti i casi la mascherina, il contagio ad oltre cento persone. La Regione Lazio ha aperto una indagine interna per capire se a Tor Vergata sono stati rispettate tutte le direttive. Un corto-circuito che, secondo il professor Massimo Andreoni, virologo e direttore della Uoc Malattie Infettive proprio del Policlinico Tor Vergata, è dovuto al nuovo protocollo per la diagnosi del Covid-19: “È necessario cambiarlo – spiega a Ilfattoquotidiano.it – bisogna togliere il criterio del link territoriale, se si hanno i sintomi si deve fare il tampone a prescindere”.

La settimana del poliziotto di Pomezia
L’agente, residente a Torvajanica con moglie e due figli, ha iniziato ad avere i sintomi influenzali martedì 25 febbraio, così si è messo in malattia dal suo lavoro presso il commissariato Spinaceto di Roma. Secondo quanto spiegato dalla moglie al Corriere della Sera, il giorno successivo l’uomo avrebbe contattato il numero verde 1500, messo a disposizione dall’Iss per segnalare i presunti casi. L’ultima circolare inviata alle regioni – dunque anche al Lazio – dal ministero della Salute il 24 febbraio (che mutua il decreto legge del 23 febbraio) prevede due condizioni per l’avvio della profilassi: la sintomatologia e il link territoriale con la Cina o con le zone dell’epidemia nel nord Italia. “In commissariato incontro tanta gente”, avrebbe detto l’agente, per il quale però non è scattato il protocollo. Così, il 53enne si è rivolto al più vicino pronto soccorso, quello dell’ospedale Sant’Anna di Pomezia, che poche ore dopo lo ha invitato a recarsi in un “centro più attrezzato”. Il più vicino è a Roma, zona Tor Vergata, il policlinico della seconda università capitolina, uno dei più frequentati della città. L’agente arriva, mostra i sintomi influenzali. “Il personale sanitario ha fatto le domande di routine – racconta Andreoni – ma anche stavolta il link territoriale non c’era. E lo Spallanzani dice di non poter mandare i tamponi per un controllo”. Il caso resta in codice verde, in fondo senza evidenza del virus resta una “normale” influenza: il triage è pieno e alla fine il poliziotto è costretto a passare la notte su una barella in pronto soccorso. Il giorno dopo, in tarda mattinata, gli viene diagnosticata una “leggera polmonite”, ma i posti letto in reparto non ci sono e viene mandato a casa. Siamo a giovedì. Il venerdì la febbre resta alta, poi sabato si aggrava: difficoltà a respirare. La moglie decide di chiamare il 118: ambulanza e corsa al policlinico Gemelli. A quel punto la “illuminazione”: la ragazza più grande, 20 anni, era stata a Milano il 14 febbraio per assistere a un concerto. Ecco che scatta la profilassi: il trasferimento allo Spallanzani e la positività.

Andreoni: “Cambiare protocolli, Spallanzani deleghi”
Nella giornata di lunedì scatta l’allarme: 10 fra medici, infermieri e vigilantes del Policlinico Tor Vergata finiscono in quarantena domiciliare, 98 pazienti che sono transitati al pronto soccorso richiamati, di cui 15 sintomatici. Nessuno di loro, comunica l’istituto superiore di sanità, al momento è risultato positivo ai test. Contagiati, invece, 6 famigliari del poliziotto: moglie, due figli, fratello, cognata e nipote, tutti residenti a Torvajanica. “Tutti hanno seguito le procedure, ma sono quelle che vanno cambiate. È difficile ricordare se in due settimane si è avuto a che fare con una persona proveniente dalla Lombardia o dal Veneto, figuriamoci sapere se i contatti li ha avuti un figlio o un fratello”, spiega ancora Andreoni. Che aggiunge: “Lo Spallanzani è l’unico ospedale nel Lazio che ha i tamponi per il Covid-19, noi abbiamo le mani legate. Ma se il virus continua a propagarsi, cosa inevitabile, avremmo bisogno di più punti di verifica efficaci. Solo a Roma ne servirebbero quattro, uno per quadrante. Noi siamo a disposizione”. Intercettato a margine della lettura del bollettino giornaliero, il professor Francesco Vita, direttore sanitario dello Spallanzani, di fatto, conferma: “Purtroppo il link territoriale non è stato comunicato in tempo – ammette – ed era una conditio sine qua non per far scattare la procedura”.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: il tuo contributo è fondamentale

Il tuo sostegno ci aiuta a garantire la nostra indipendenza e ci permette di continuare a produrre un giornalismo online di qualità e aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per il nostro futuro.
Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Coronavirus, Avis Milano: “Donazioni diminuite quasi del 50%, riserve scarseggiano. Per paura contagio dimenticato chi vive grazie a sangue”

next
Articolo Successivo

Coronavirus, Brusaferro (Iss): “Estendere zona rossa nel Bergamasco? Stiamo valutando la misura”

next