di Leonardo Capanni

All’indomani di uno dei weekend più surreali e grotteschi mai vissuti sul fronte campionato, grazie al coup-de-théatre degno di una commedia dei Monty Python decretato dalla Lega Serie A con il contestatissimo rinvio di cinque delle dieci partite in programma nel fine settimana, non tutte le news dal mondo del calcio, però, risultano negative.

Nel disastrato panorama post-apocalittico composto di stadi vuoti, stadi chiusi, rinvii improvvisati nelle modalità e nei tempi, società sul piede di guerra con gli organi istituzionali, società partite alla volta di trasferte fantasma e una Serie B che continua a giocare anche nelle regioni a rischio venendo snobbata persino dal Covid-19, si erge sullo sfondo una figura estranea a questa parte di mondo dominata da isteria e irrazionalità: una silhouette longilinea ed eterea, che si muove palla al piede con la stessa cadenza di un flamenco andaluso dall’aria barocca e dai ritmi sincopati. Osservare Luis Alberto, deus ex machina della Lazio prima in classifica, significa venire a contatto con l’unica forma di antidoto calcistico al Coronavirus.

Se un monumento della cultura andalusa come Paco de Lucía avesse dedicato uno dei suoi celebri giri di chitarra ispirandosi a un calciatore questo non potrebbe essere stato che Luis Alberto; oggi, semplicemente, il centrocampista più bello e utile che si possa ammirare in Italia.

La partita che ha consegnato il provvisorio primo posto alla Lazio a 20 anni dall’ultima volta è stata infatti l’ennesima rappresentazione plastica di un talento raro e sopraffino, capace di piegare a proprio piacimento tempi e spazi di gioco, di incanalare il flusso di una contesa su binari che pochi eletti possono intravedere. La facilità di gioco del diez andaluso è ormai materia metafisica: siamo al dodicesimo assist in campionato, insieme a quattro gol, una pass accuracy che viaggia intorno all’87% con 3 passaggi chiave e 2,3 dribbling riusciti per partita, ma oltre le statistiche che ci consegnano il ritratto di una mezz’ala totale, oltremodo qualitativa, quello che più impressiona è la raggiunta maturità di un calciatore troppo spesso ondivago e frenato da varie complicanza di natura fisica e psicologica nell’arco della sua altalenante carriera. Un centrocampista che impone il contesto di gioco, non lo subisce.

Oggi infatti appare quasi ridicolo pensare che, soltanto tre anni fa, Luis Alberto avrebbe potuto smettere con il calcio, intrappolato in una crisi psicologica che anche grazie all’aiuto di un mental coach è stata superata dopo un periodo buio, sia a livello fisico che personale, per il talento ex Deportivo La Coruna. Il giocatore che oggi vediamo dominare la scena in Serie A, mandando in gol compagni, sciorinando giocate con la suola e laser-pass a tagliare in due le linee di pressione avversarie, sembra il perfetto compromesso tra la mezz’ala associativa moderna, capace di assorbire i più svariati compiti di impostazione, interscambiabilità posizionale, copertura di campo e finalizzazione – citofonare alla coppia Guardiola-De Bruyne per conferme – e quell’allure da giocatore vintage di classe: ultimo erede dei trequartisti di rifinitura e pura tecnica come Rui Costa, con cui Luis Alberto condivide più di una somiglianza nelle capacità e nelle modalità di conduzione della palla grazie a un’andatura cadenzata a testa alta e alla sua personale signature-move: pettinare il pallone con la suola prima di passarla. Come se il rapporto con la sfera fosse qualcosa di sexy e, al tempo stesso, colmo di rispetto e attenzione.

Quasi si trattasse di un’entità superiore per intelligenza e intuizione, che non necessita di scatti forsennati né fisicità estrema per sottomettere un intero campionato alla sua creatività. Un elemento euclideo che spicca nell’entropia di un calcio sempre più vittima e ostaggio del caos interno ed esterno. Non farà guarire il calcio italiano da problemi endemici ben più ostici e atavici di un resistente virus influenzale, ma il Luis Alberto che stiamo ammirando quest’anno è l’antidoto più efficace contro le storture di una società e di un gioco ormai troppo spesso fuori controllo.

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Memoriale Coronavirus

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