di Maurizio Donini

Lo scorso 20 gennaio ilfattoquotidiano.it riportava i dati comunicati dal rapporto Oxfam (Bene pubblico o ricchezza privata?) al World Economic Forum di Davos, secondo il quale il 5% della popolazione italiana più ricca ha un patrimonio pari al 90% di quella più povera.

Oxfam riferisce che 26 ultramiliardari (contro i 43 del 2017) possiedono oggi la stessa ricchezza della metà più indigente della popolazione mondiale. Una forbice che, come sempre in periodo di crisi economica, si è allargata negli ultimi dieci anni; grazie ad una tassazione che è andata via via riducendosi e al fatto che la crisi del 2009 ha falcidiato la classe media. Il numero di miliardari nel mondo è quasi raddoppiato: non solo sono aumentati di numero, ma i loro patrimoni sono cresciuti del 12%, mentre i 3,8 miliardi di persone che corrispondono alla metà più povera dell’umanità hanno visto calare i loro già miseri averi di un ulteriore 11%.

Uno dei vanti che si porta sempre in vista è la propensione al risparmio degli italiani, ma curiosamente questo è un fattore che tende ad aumentare la disuguaglianza nella distribuzione del reddito adesso. Nel periodo del boom avevamo una forte natalità e i patrimoni ereditari venivano spartiti tra più soggetti; il calo delle nascite ha comportato che l’eredità venga sempre più spesso messa in capo a una sola persona, concentrando la ricchezza su pochi soggetti.

A margine della considerazione sui risparmi degli italiani, è bene precisare che questa propensione è cambiata nel tempo, arrivando a dimezzarsi e contribuendo a creare disuguaglianza. Se le generazioni precedenti risparmiavano senza problemi, i giovani d’oggi fanno fatica a risparmiare. Gli italiani nati dopo il 1986 hanno una ricchezza media netta inferiore ai 30.000 euro, mentre quelli nati tra il 1946 e il 1965 rasentano i 90.000.

Il caso italiano è poi sempre caratterizzato dalla spaccatura tra nord e sud, differenza che risulta la più alta dell’Unione Europea. A Bolzano il reddito medio netto è ai livelli della Germania più ricca, in Calabria e Sicilia è vicino ai livelli delle economie ex-sovietiche. I dati sopra citati sono confermati da Bankitalia e da una recente ricerca pubblicata dal World Inequality Database che ha studiato le diseguaglianze a livello europeo, riportando che tra il 1980 e il 2017 l’1% della popolazione più ricca ha visto accrescere il suo reddito due volte più velocemente del 50% della popolazione più povera, guadagnando nell’ultimo anno circa l’11% del reddito europeo. Nel 2017 il 10% della popolazione più ricca ha guadagnato il 34% di tutto il reddito europeo, mentre nel 1980 ne guadagnava il 30%.

Un coefficiente particolarmente preciso e utilizzato come standard mondiale è l’indice di Gini (Corrado Gini, statistico italiano di inizio secolo scorso), che misura con precisione la disuguaglianza nel mondo: più è basso l’indice, maggiore è l’equa distribuzione della ricchezza. Dopo gli Usa, la Francia è il paese con l’indice di Gini più elevato agli inizi degli anni Ottanta, ma è anche quello che registra la minore variazione dell’indice (+6%), seguito dal Regno Unito (+11%).

In Europa eccellono i paesi scandinavi con il loro sistema di welfare particolarmente protettivo, la Germania e alcuni paesi dell’est (Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca), con un indice di Gini compreso tra lo 0,25 e lo 0,30. L’Italia si trova al 52esimo posto con un coefficiente di 0,360, dietro Tagikistan e Burkina Faso, poco sopra l’Azerbaigian.

A ulteriore conferma dell’esistenza del problema diseguaglianza in crescita arriva l’Eurostat, che certifica il tutto utilizzando l’indicatore S80/S20; questo valore misura il rapporto tra il reddito annuo del 20% delle famiglie più ricche e il 20% delle famiglie più povere. Un valore S80/S20 di 4,0 significa che il 20% delle famiglie più ricche percepisce in un anno un reddito quattro volte maggiore rispetto a quello del 20% delle famiglie più povere. L’Italia si ferma al quinto posto, con un rapporto di 6,09.

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