“Ci sono almeno 22 morti, fra cui 14 bambini: di questi, 11 sono bimbe e nove hanno meno di 5 anni”, spiega James Nunan, capo dell’Ufficio di coordinamento di Ocha (l’Agenzia Onu per gli affari umanitari) per il Nord-Ovest e il Nord-Est, le due regioni anglofone del Camerun. “La maggior parte di loro è stata uccisa con armi da fuoco e i loro corpi poi bruciati nelle case date alle fiamme. Una delle donne era incinta. Una seconda donna in gravidanza è rimasta ferita da colpi d’arma da fuoco. Per fortuna è ancora viva. È stata ricoverata e si trova in condizioni critiche. Purtroppo, ha perso il bambino”.

Una strage senza precedenti nella regione, per l’efferatezza e per il tipo di vittime colpite. I fatti risalgono a venerdì 14 febbraio, quando in pieno giorno un gruppo di uomini armati ha assaltato il villaggio di Ntumbo, nel nord-ovest del paese, e fatto strage di civili. Se la dinamica appare chiara, non lo sono per nulla le motivazioni. Il Movimento per la Rinascita del Camerun, uno dei principali partiti d’opposizione, ha diffuso un comunicato nel quale, condannando il massacro, afferma esplicitamente: “Il regime dittatoriale e il capo supremo delle forze di sicurezza e di difesa sono i primi responsabili di questi crimini”. Il portavoce del governo ha subito smentito ogni illazione.

Le due regioni anglofone da sempre lamentano l’imposizione della lingua francese e il non rispetto della cultura locale, in particolare nel sistema scolastico e in quello giudiziario, a cui la Costituzione formalmente garantisce autonomia. La crisi è però deflagrata nell’ottobre 2016: mesi di turbolenza, con sporadici atti di violenza, attacchi bomba, incendi dolosi, sono sfociati il 1 ottobre 2017 (anniversario della dichiarazione d’indipendenza del Camerun anglofono) in una simbolica dichiarazione d’indipendenza dell’Ambazonia.

Da allora, le manifestazioni sono state represse con la forza dai militari, senza particolari riguardi nei confronti dei civili, spesso vittime degli scontri: secondo gli organismi internazionali, sono oltre 3mila le persone uccise e più di 700mila sfollati: solo nelle ultime due settimane, riferisce l’Agenzia Onu per i Rifugiati, 8mila persone hanno varcato il confine con la Nigeria, portando il totale della popolazione camerunense rifugiata nel Paese a quasi 60mila unità. Circa 800mila bambini hanno dovuto abbandonare gli studi. Diverse ong per i diritti umani hanno denunciato in questi anni i crimini commessi sia dai separatisti che dalle forze dell’ordine. Amnesty Interntional aveva avuto un duro scontro col governo e all’International Crisis Group era stata addirittura sospesa la possibilità di entrare in Camerun.

In questo quadro, non aiuta certo la situazione politica nazionale, dominata dal presidente “a vita” Paul Biya, oggi 87enne, al potere dal 1982 e sempre riconfermato in elezioni sulla cui correttezza sono spesso stati sollevati dubbi. Il 9 febbraio si è votato per le amministrative e legislative. Gli esiti saranno proclamati a fine mese, a fronte di una quarantina di ricorsi che ne chiedono l’annullamento. Il passaggio elettorale è stato particolarmente duro proprio nelle regioni anglofone: secondo Human Rights Watch, da quando a novembre sono state annunciate le elezioni, diverse decine di persone sono state uccise. I separatisti, che avevano invitato a boicottare il voto, colpivano chi dichiarava di volersi recare alle urne, ma anche i candidati e gli attivisti dei partiti in corsa. Almeno sette fra candidati e ufficiali governativi hanno avuto la casa bruciata dai separatisti che, alla vigilia del voto, hanno anche dato fuoco a un ufficio postale nel quale era stoccato il materiale elettorale.

Dal canto suo, anziché proteggere i civili, l’esercito ha commesso ulteriori violazioni. Solo dal 17 al 20 gennaio – denuncia Hrw – le forze di sicurezza hanno condotto un’operazione militare distruggendo oltre 50 case e uccidendo parecchi civili, incluse due persone con disabilità mentale.

Contemporaneamente a questa crisi, ne è in corso un’altra, nell’estremo nord del Camerun, dove da anni imperversa Boko Haram che, a causa delle frontiere porose, sfugge ai militari nigeriani che danno loro la caccia rifugiandosi oltre il confine. Qui sono 2mila i civili uccisi e 250mila gli sfollati.

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