Sono appena passate le 22 a Genova, e Valentina si avvicina alla fermata dell’ autobus in via Dante, e viene superata da un camioncino bianco con due uomini agganciati dietro. È uno degli automezzi della nettezza urbana. Non c’è nessuno per la strada e a un certo punto si sente dire “troia“! Per un attimo resta incerta poi si gira verso i due uomini, hanno un’ età tra i 45/55 anni, li avvicina arrabbiata e chiede “che avete detto?” ma i due non si scusano, non smettono di ridacchiare, ignorano il suo disagio e continuano: “Ma come non ti ricordi di ieri sera?” alludendo all’aver fatto sesso con lei.

Valentina è sempre più irritata e nello stesso tempo comincia a non sentirsi sicura e decide di lasciar perdere l’autobus, telefona al padre e si incammina a piedi. Nessuna scusa le viene rivolta dai quei due uomini che forse a casa hanno anche figlie che li attendono. Sembrano convinti di avere il diritto di insultare una donna per strada, una sconosciuta che aspetta l’autobus in una sera di inverno, semplicemente perché è una donna, un oggetto a propria disposizione, un bersaglio su cui poter sputare insulti sessisti e a piacimento.

Le molestie o street harassment condizionano le donne e la loro percezione della sicurezza. Abbassano l’autostima perché le vittime alla fine limitano la propria libertà. Non sono atti banali. Una ricerca condotta dall’Istat all’inizio degli anni 2000 rilevò che la metà delle donne tra i 14 e i 59 anni aveva subito almeno una molestia sessuale.

Nessun uomo può pensare di essere gradevole, piacevole o amabile nel momento in cui invade lo spazio di una donna, la insulta, la umilia o la spaventa. E allora perché tanti uomini continuano ad avere questi comportamenti? Alcuni studi dichiarano che le molestie in strada sono un mezzo di dimostrare la propria mascolinità ma si dovrebbe approfondire che cosa si intenda per mascolinità e chiederlo ai molestatori. Se si mette da parte l’empatia per le donne, se si ignora la loro paura o il disgusto si sta mettendo in atto un esercizio di potere. E come sempre, in gioco c’è la libertà delle donne.

Appena arrivata a casa, Valentina ha scritto su Facebook: “Cosa significa essere libere? Come ci si sente a non avere paura delle proprie strade, delle proprie città? […] Non c’è scampo, non si può combattere da sole nei loro spazi, con i loro metodi. Dobbiamo appropriarci degli spazi delle nostre città, insieme, tutte quante. Non possiamo dover avere paura di occupare il nostro posto nel pubblico. Se c’è bisogno di un coprifuoco che non sia quello che ci autoimponiamo per timore di essere aggredite, perché non sono le vittime a dover essere limitate ma i carnefici. Che siano loro a temere le strade occupate dalle donne. Perché io sono stanca di dover essere insultata e aggredita per essere donna, e come me tante altre”.

Quando saremo libere di attraversare le strade senza essere bersaglio di qualcuno per il solo fatto di essere donne?

@nadiesdaa

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Svizzera, gli elettori approvano la nuova legge contro la discriminazione: l’omofobia sarà punita penalmente come il razzismo

next
Articolo Successivo

Sanremo 2020 – Cosa hanno in comune Achille Lauro, il discorso di Benigni e quello del Papa?

next