Cosa hanno in comune Infoibati, Ebrei, Armeni, Ponti, Ciprioti? C’è un male, silenzioso e invadente, che si è nuovamente insinuato in società e comunità cittadine. E’ quella sgradevole puzza di messaggi rancidi, che avvelenano i pozzi della civile convivenza, perché negano fatti e verità storiche in nome della cieca ideologia.

Il negazionismo striscia in città e borghi, sui social network trova la sua tragica benzina, rifiuta il confronto e si nutre di odio e prevaricazioni: per questa ragione va combattuto strenuamente. Il Giorno del Ricordo per i martiri delle Foibe e degli esuli giuliano-dalmati ci soccorre in questa battaglia, perché il virus di chi nega va debellato senza se e senza ma. Lo abbiamo purtroppo visto in azione contro l’Olocausto, anche da chi ha incarichi pubblici. O contro gli Armeni, i greci del Ponto, i Ciprioti che ancora oggi convivono con chi li ha invasi perché accecati dal neo ottomanesimo tanto caro a Erdogan (che punta adesso anche al gas sottomarino).

Il negazionismo, tutto, è pericoloso: porta rabbia, violenza e terrore.

In Germania, negli Usa e in Turchia c’è chi ancora nega l’Olocausto: lo scorso 28 dicembre l’attacco antisemita con un machete a New York si è verificato nel solco di un vento che spira (forte) contro gli ebrei in varie parti del pianeta, con il sindaco Bill de Blasio che lanciò l’allarme: “Gli ebrei hanno paura di mostrare la loro fede”.

Lo ha certificato una delle voci più autorevoli del settore, il direttore per l’Asia dell’Asia-Caucaso Institute e Silk Road Studies Program presso l’American Foreign Policy Council, Svante E. Cornell, secondo cui lo scivolamemento della Turchia nella direzione dell’ideologia islamista più pura è reale e va oltre la personalità di Erdoğan. Ma anche il candidato premier inglese Jeremy Corbyn ci ha messo del suo: aveva più volte espresso apertamente il proprio antisemitismo rendendo omaggio ai militanti del commando di Settembre nero, responsabili della morte degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco.

E che dire degli Armeni? Decenni di silenzio su quelle pulizie etniche, su cui a fine 2019 finalmente anche gli Usa hanno pronunciato una parola ufficiale votando il riconoscimento del “Genocidio”. Il massacro della popolazione armena perpetrato dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916 provocò 1,5 milioni di morti ma Ankara rifiuta quella definizione prevista da una risoluzione dell’Onu. I Ciprioti ancora oggi, dopo che da anni sono entrati nell’Ue, sono costretti a vedere sulla montagna che sovrasta Nicosia, una grande bandiera turca con su scritto “noi siamo qui e non ce ne andiamo”, retaggio dell’invasione del 1974.

Ma il pensiero corre anche alla tragedia della Mikrì Asia, con i greci di Smirne spinti in mare dall’esercito turco che diede fuoco alle loro abitazioni e con i militari inglesi che per non raccogliere i greci sulle loro imbarcazioni, tagliavano le mani e i polsi di chi tentava di salire a bordo per fuggire dalle acque del porto incendiate dall’olio ottomano.

Oggi si celebra il 10 febbraio: due storie su tutte. Odda Carboni aveva 39 anni e un giorno del marzo 1944 scomparve da Albona: venne portata sulla foiba dei colombi, ma anziché attendere di essere gettata lì dai titini, spiccò da sola il volo gridando “viva l’Italia”, mentre i titini giocavano a palla con la testa di alcuni istriani. Il maestro istriano Giuseppe Tosi, direttore didattico di Abbazia a Fiume, fu costretto a bere il suo stesso sangue ma si disse pronto al perdono prima di spirare, come raccontato nel libro 10 febbraio, dalle foibe all’esodo da Roberto Menia, padre sulla legge del Giorno del Ricordo.

Un’occasione, quella delle celebrazioni unitarie e pacificatrici di oggi, per chiudere i conti con il passato. E soprattutto per chiudere la bocca ai negazionisti che infangano la memoria di Infoibati, Ebrei, Armeni, Ponti, Ciprioti. Non solo un auspicio, ma un dovere.

twitter@FDepalo

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