I conteggi proseguono a rilento, ma il vincitore delle politiche in Irlanda è la sinistra nazionalista del Sinn Fein. La sua leader Mary Lou McDonald, parla già di “rivoluzione”, perché col suo 24,5% dei voti registra il risultato migliore della sua storia. L’ex organo politico dell’Irish Republican Army (Ira) durante i Troubles, è portabandiera della riunificazione con l’Ulster in tempi di Brexit, ma soprattutto d’una piattaforma economica e sociale radicale, e riapre i giochi sulla formazione del nuovo governo: in un rebus parlamentare in cui le due formazioni moderate rivali filo-Ue che da un secolo si contendevano il potere – il Fianna Fail di Micheal Martin (liberali) e il Fine Gael del premier uscente Leo Varadkar (Ppe) – rischino di non poter rimanere in sella nemmeno unendosi. Non da sole, almeno. Per loro consensi al 22,2% e al 20,9. Un risultato che, secondo il sistema locale proporzionale trasferibile con conteggio delle prime preferenze e poi di quelle di riserva, si traduce per il partito della McDonald in poco meno di 40 deputati. Quasi bottino pieno rispetto ai 42 soli candidati presentati. E di fatto alla pari con Fine Gale e Fianna Fail, avvantaggiati nelle preferenze successive. L’affluenza è stata del 62,9%. Le elezioni politiche arrivano in un momento storico segnato dalla Brexit, che ha dato nuova linfa ai desideri di indipendenza dell’Irlanda del Nord e ha riacceso tensioni mai davvero sopite.

Le preferenze successive sono destinate a penalizzare il partito di McDonald a vantaggio di quelli di Martin e Varadkar, ma la leader Sinn Fein ha fatto sapere di voler cercare di rompere l’ostracismo contro la sua formazione: candidandosi alla guida di un esecutivo di minoranza con tutta la sinistra in caso di stallo, senza tuttavia escludere neppure come subordinata un ipotetico accordo col Fianna Fail. In campagna elettorale sia Varadkar sia Martin hanno scartato qualunque idea di dialogo con lo Sinn Fein: posizione che dopo la storica avanzata nelle urne dell’ex braccio politico dell’Ira il premier uscente ha confermato ancora ieri; ma rispetto alla quale il leader del Fianna Fail ha invece fatto balenare un possibile ripensamento laddove non gli riuscisse di formare una grande coalizione di centro-destra con il Fine Gael guidata da lui stesso.

Radicale su temi come il welfare o la spesa pubblica, ma abile a stemperare gli istinti euroscettici del suo partito e al contempo a rinviare di 5 anni il sogno di un referendum sull’unificazione irlandese alimentato a Belfast e dintorni dalle contraddizioni del cammino intrapreso dal grande vicino britannico verso la Brexit, McDonald sembra del resto già a suo agio in una (ipotetica) nuova dimensione più istituzionale. Da Londra – che in Irlanda del Nord riconosce da anni lo Sinn Fein come interlocutore scomodo quanto necessario – il governo Tory di Boris Johnson fa intanto sapere di essere deciso a mantenere “strette relazioni” con chiunque sia destinato ad andare al potere a Dublino. Mentre su Twitter il vecchio Adams si gode il terremoto scatenato dalla sua delfina. E in un fotomontaggio mostra Varadkar e Martin in vesti di neonati tenuti saldamente fra le braccia di Mary Lou, con tanto di didascalia irridente in gaelico ed inglese: “È tempo di mettere a nanna i pupi”.

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