Un festival mai visto. E’ questo l’impossibile proposito di Amadeus per il 70esimo Festival di Sanremo. Perché parlare di “nuovo” per il liturgico festival della canzone italiana è un ossimoro. A partire dal déjà vu della scenografia, affidata nuovamente – dopo otto anni di assenza e dopo l’annunciato ritiro dalle scene nel 2012 – all’81enne Gaetano Castelli, che è alla sua 18esima scenografia per l’Ariston, firmata ancora una volta con la figlia Maria Chiara. E anche questo è già visto: quella del genitore di fama che cede in “mondovisione” il testimone al figlio – ovviamente talentuosissimo – ha numerosi precedenti e appartiene a pieno titolo alla tradizione italiana.

La scenografia del 70° Festival ci riporta all’estetica degli anni 90 con il suo apparato decorativo rassicurante. L’affastellarsi altisonante e soverchio di archi, curve e volute sfavillanti di luci, nell’immaginario collettivo rappresentano un’idea diffusa di benessere economico. E’ un dispositivo che simula una prosperità che non esiste, producendo un effetto rassicurante ma illusorio. E’ una scenografia anacronistica, che racconta un’Italia che non esiste più e che non supporta la narrazione delle canzoni: queste sì, calate nel proprio tempo. Questa è l’Italia della pensione contributiva, dei flussi immigratori, dei laureati in fuga in cerca di lavoro, dello stipendio che non basta ad arrivare alla fine mese, e la scenografia di Castelli, così fuori misura e autoreferenzialmente televisiva, non è contemporanea. Gli esuberanti archi e la funerea pietra tombale della pedana tra le ‘fosse’ laterali dell’orchestra, più che evocare (o scomodare) il Barocco romano, o essere il solito omaggio alla solita Broadway, ricorda più banalmente la sezione delle tube di Falloppio.

Ma anche in questa scenografia – come per tutte quelle realizzate da Gaetano Castelli per l’Ariston, “gli elementi volumetrici hanno dato la maggiore profondità possibile alla scena”; “le linee curve” si sa, “sono dinamiche e armoniche”; e “i ledwood” – da quando sono stati inventati – “creano movimento”. Ma non dobbiamo assolutamente dimenticare che in questa scenografia (come in quelle passate del resto) “il passato e il futuro si fondono”. Frase assiomatica riportata diligentemente da tutti i giornali, ma purtroppo completamente vuota di senso.

In realtà il “futuro e il passato” delle scenografie di Castelli “si fondono” in modo autoreferenziale. Per chi non lo sapesse, e come si può leggere sul suo “sobrio ed elegante” sito, “Gaetano Castelli si colloca nell’empireo delle figure più rappresentative del nostro paese. Per metà vero intellettuale (sic!) e per metà vero uomo di spettacolo (…) è uno dei più importanti scenografi del mondo ed è considerato all’unanimità il più importante scenografo televisivo”.

E per concludere “la sua carriera segna le scene (e la storia) della televisione italiana”. Dimenticandosi, forse, di Carlo Cesarini da Senigallia, uomo colto (e probabilmente modesto e quindi elegante), che per la Rai iniziò a lavorare come scenografo nel 1956. Cesarini ha realizzato la scenografia del Festival di Sanremo del 1989, ma soprattutto ha inventato l’alfabeto della scenografia televisiva ed è stato l’autore delle eleganti – nella loro essenzialità – scenografie di varie edizioni di Canzonissima, Studio Uno, Teatro Dieci.

Per concludere, e a proposito di Festival del già visto e della “rivoluzionaria” dichiarazione di Amadeus “sarà il Festival delle donne”: forse lo sarà per la passerella sul palco, perché per il retropalco ha chiamato – tanto per cambiare – uno scenografo uomo. Uniche donne scenografe nella storia del Festival di Sanremo: Emanuela Trixie Zitkowsky (2014) e Francesca Montinaro (2013). Come già visto e previsto: per il Festival, anche quest’anno, niente di nuovo.

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