Violenza sessuale e violenza sessuale di gruppo sui minori. È l’accusa della procura di Prato per nove religiosi della comunitàDiscepoli dell’Annunciazione” soppressa dal Vaticano a dicembre in seguito a una visita canonica. Secondo il quotidiano la Nazione, le presunte vittime degli abusi sono due fratelli, minori all’epoca dei fatti, affidati dai genitori alla comunità. Dalla denuncia di uno di loro è nata l’inchiesta. Gli inquirenti ipotizzano che ci possano essere state altre vittime e si cercano testimonianze. Gli indagati sono 5 sacerdoti, un frate e 3 religiosi. Tra loro c’è anche Don Giglio Giglioli, 73 anni e fondatore della comunità.

La procura di Prato sta indagando insieme alla squadra mobile che nei giorni scorsi ha effettuato anche perquisizioni nei confronti degli indagati e accertamenti nelle tre sedi della comunità, a Prato, ad Aulla (Massa Carrara) e a Calomini, in provincia di Lucca. “Siamo nella fase iniziale delle indagini che si basano solo un dispositivo dichiarativo, non abbiamo certezze e stiamo cercando di approfondire”, ha detto il procuratore Giuseppe Nicolosi in merito all’inchiesta. Da quanto appreso dall’Ansa, l’indagine è scaturita da una relazione dell’ufficio dei servizi sociali del Comune di Prato alla quale poi, a inchiesta aperta, si è aggiunta la querela di un uomo che ha denunciato abusi ai suoi danni e di suo fratello quando entrambi avevano meno di 14 anni.

Lo stesso vescovo di Prato, Giovanni Nerbini, lo scorso dicembre si era recato in procura a Prato per denunciare alcuni fatti di cui era venuto a conoscenza. Si apprende dalla Diocesi pratese che nei mesi precedenti – sin dall’insediamento del vescovo Nerbini, che era avvenuto a settembre 2019 – era partita anche un’inchiesta penale canonica nei confronti di alcuni membri della ex comunità religiosa. Un ragazzo, che oggi ha più di 20 anni, ha denunciato alla diocesi pratese gli abusi sessuali di alcuni religiosi: lo ha spiegato lo stesso vescovo nel corso di una conferenza stampa. Nerbini ha anche ribadito la volontà della chiesa pratese di collaborare con le autorità civili.

“La nostra azione – ha detto – è orientata solo alla verità. Ci siamo rivolti all’autorità civile e abbiamo condiviso con loro il lavoro svolto nei mesi precedenti”, ha spiegato il vescovo riferendosi ai documenti trasmessi a dicembre in procura, dove nel frattempo era già partita un’inchiesta. Il procedimento ecclesiastico invece è indirizzato al momento al solo fondatore dell’associazione che a partire dalla metà di gennaio ha ricevuto le carte dell’accusa e ha un mese di tempo per produrre ricorsi. Il vescovo ha infine chiarito che i religiosi che facevano parte dell’associazione, disciolta a dicembre, hanno espresso il desiderio di ritirarsi in unico luogo, di non stare a Prato. “Ho acconsentito, ho chiesto loro di rimanere insieme e di avvisarmi di eventuali spostamenti“, ha detto il vescovo.

“Le ipotesi di reato”, ha scritto Nerbini in una nota, “sono gravissime e addolorano l’intera comunità diocesana pratese. Non nascondo il mio dolore e la mia viva preoccupazione e vorrei sperare che gli addebiti mossi non risultino veri, ma voglio chiaramente dire che il primo interesse che la Chiesa di Prato ha è quello della ricerca della verità. Per questo auspico che la magistratura, nell’interesse di tutti, possa portare quanto prima a termine le indagini”.

La soppressione, voluta dalla Santa Sede, dell’associazione di fedeli ‘Discepoli dell’Annunciazione’ di Prato era stata adottata per “gravi mancanze riguardanti il carisma e lo svolgimento della vita religiosa all’interno della comunità, oltre che dal venir meno degli aderenti”. Lo ricorda in una nota la Diocesi di Prato spiegando che il provvedimento era stato “assunto dalla Congregazione vaticana per la vita religiosa prima e indipendentemente dell’avvio del procedimento penale canonico e delle indagini da parte della Procura pratese”.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Assalto a portavalori sull’A1, alcune auto e un camion in fiamme: l’intervento dei vigili del fuoco

next
Articolo Successivo

Migranti, sbarcate a Taranto le 403 persone a bordo della Ocean Viking: il bambino manda un bacio ai soccorritori

next