di Marco Marmeggi

Anche lui è stato Icaro, l’eroe greco sul cavallo volante, e anche a lui il sole ha sciolto le ali. Losan Piatti precipita con il parapendio in una mattina di giugno del 2004, ha 23 anni, si rompe la schiena e rimane paralizzato dalla vita in giù.

La corsa sull’erba, il crepaccio, l’ala che prende vita, si gonfia e lo solleva. Il volo è una discesa sospesa, una corsa coi piedi nel vuoto, ci sono correnti calde e fredde come in mare. Losan plana a 50 chilometri orari su un campo di grano, il sole è caldo, l’estate promette frutti maturi come le spighe sotto di lui. L’indomani lo aspetta un viaggio a Hong Kong con il padre.

“Non so cosa sia successo, non ho ancora capito che cosa è andato storto”. Precipita da 30 metri, atterra sulle spighe ancora alte che in qualche modo attutiscono il colpo, rimane cosciente, si toglie la vela di dosso e prova a muoversi. Il corpo vibra dalle dita dei piedi ai capelli, non sente dolore, non ancora, prova ad alzarsi, ma non ci riesce. “A quel punto mi sono sdraiato e ho aspettato. Sapevo di essermi rotto la schiena.”

Si frattura la seconda vertebra lombare, lo ricoverano all’unità spinale di Firenze e impiantano una piastra di ferro con quattro viti tra la prima e la terza vertebra. Viene ricoverato per quattro mesi e dopo un anno di paralisi e riabilitazione torna a camminare con le stampelle. Sul polpaccio sinistro si fa tatuare un bambino stilizzato, rivolto verso l’alto, attaccato ad alcuni palloncini colorati, i capelli stesi dal vento, è appeso, ma, nello stesso tempo, precipita. “Volevo un personaggio collegato al volo, cade senza sapere cosa lo aspetti”.

Deve essere per questo che appena viene dimesso parte per l’Asia. “Mi dicevano che scappavo, ma quando si viaggia da soli i problemi si portano dietro e si affrontano”. Vola alle Filippine con le stampelle, uno zaino pieno di medicine e un elettro-stimolatore per la fisioterapia. È un viaggio in solitaria dall’altra parte del mondo. Resta due mesi, per Pasqua è a Manila dove i penitenti si fanno inchiodare alle croci di legno. Alla fine anche lui ha fatto il funambolo tra la vita e la morte.

Losan Piatti è un viaggiatore per tradizione familiare. È un uomo coraggioso, un esploratore curioso che col tempo ha imparato l’arte della pazienza. È stato un monaco buddista a otto anni e ha viaggiato in Tibet in lungo e in largo. Adora la montagna e il freddo che punge come le spine, le praterie deserte, i fuochi accesi nelle case fatte di mattoni cotti al sole, il fango che lascia la neve sulle strade, i templi sulle montagne del Nepal.

Nasce il 31 luglio del 1981 a Pomaia, la sua storia si intreccia con quella dei suoi genitori e con la storia del più importante centro buddista tibetano d’Europa. Loro hanno fatto parte dei movimenti di rivolta del Sessantotto e in quegli anni hanno vagato per il mondo e intrapreso viaggi verso l’Afghanistan, passando per la Turchia e l’Iran. Losan continua a passeggiare al mio fianco, sotto i faggi di un sentiero in collina, con la sua camminata strana, le caviglie bloccate in un tutore, uno zoppicare impercettibile agli occhi di chiunque.

“Nel 1972” mi racconta “i miei incontrarono due Maestri tibetani a Kathmandu e tre anni dopo parteciparono al primo insegnamento Buddhista che i due Lama tennero in Italia. Erano dei sognatori straordinari e, in un appartamento di Milano, diedero vita all’Istituto Lama Tzong Khapa. Passò un anno, raccolsero donazioni importanti e trasferirono il centro in un castello abbandonato a Pomaia”. Losan cresce lì. “Fin da bambino sono stato libero di scorrazzare in cerca di avventure, il mio mondo era un castello tra le colline toscane, il bosco, il torrente, la cascata dove fare il bagno d’estate. Un luogo abitato da gatti, monaci buddisti e laici tibetani provenienti da tutto il mondo”.

Gli occhi pieni di paesaggi hanno bisogno di lasciare un’impressione di quello che hanno visto. A 17 anni compra la sua prima macchina fotografica, la prima di una lunga serie. Passa le notti in una camera oscura che ha allestito in una casa abbandonata in mezzo al bosco, all’alba raccoglie le stampe e prende la strada fino a casa. La decisione di fare il fotografo di professione arriva dopo l’incidente, pensa a Tim Walker, a Sebastiao Salgado, il più grande fotoreporter contemporaneo. Abita per qualche tempo in una casa di campagna a San Casciano, lì realizza un book fotografico fosco, coloratissimo, onirico. Lo intitola I Rain, “Io piovo”. L’acqua inizia il suo percorso, seguirla lo porterà a bordo delle barche di Diversamente Marinai come istruttore di vela d’altura.

Il lavoro di fotografo di moda lascia spazio anche ai reportage che realizza durante i suoi viaggi in Tibet, in Nepal e in India. Segue alcuni progetti per la costruzione di campi medici in alta montagna, per la realizzazione di case per bambini disabili tibetani e indiani, si unisce ad una carovana di yak fino alle falde dell’Everest. Durante uno di questi viaggi torna al Monastero di Sera Jei, in India, cercando con il passo lento che la sorte gli ha lasciato le vie nelle quali era già stato, correndo, da bambino.

Da piccolo ha trascorso diverse estati ai piedi di quella collina dove sorge il famoso Monastero fondato in Tibet, poi distrutto dall’occupazione cinese del 1959 e ricostruito in India. Losan bambino cresce immerso nella vita del villaggio, trascinato, ogni giorno, dalla fiumana rossa dei monaci che si affrettano per partecipare alle lezioni e alle preghiere. La mattina si imbuca di nascosto nella scuola dove i ragazzi della sua età imparano la vita dei monaci. “Giocavamo con una palla improvvisata,” mi racconta, quando ci fermiamo a riprendere fiato. “Era una palla fatta di camere d’aria annodate, ricordo i piedi scalzi, le ciabattine, un turbinio di gonne bordeaux che alzava un gran polverone nel piazzale riarso dal sole. A farci compagnia si aggirava un grande avvoltoio che non volava più e ormai abitava nel cortile.”

Oggi, Losan Piatti prova a rimettere insieme i pezzi di una vita intera, lavorando a un progetto fotografico sul Tibet. Nel libro c’è una serie di foto che non si possono dimenticare. Potenti, spiazzanti, stordenti. Raccontano il funerale celeste, la jhator, in cui i defunti tibetani vengono fatti a pezzi da un officiante davanti ai parenti e agli abitanti del villaggio e i cui i resti, mischiati all’orzo tostato, vengono dati in pasto ai grifoni himalayani.

Per spiegarmi cosa ci sia dentro a un centinaio di pagine a colori si ferma, trova l’equilibrio sui piedi e mi guarda, lisciandosi la barba. “Quando alcuni anni fa tornai al Monastero Sera Jei dove ero cresciuto, cercai la mia casa in uno dei pochi sentieri sterrati rimasti. Tutto era cambiato, ma la casa in cui giocavo era ancora là. Mi ospitò un amico con cui passavo il tempo da bambino, mi aiutò a prendere confidenza con la nuova geografia delle strade e mi presentò alcuni monaci che si ricordavano di me. Fu uno strano viaggio”, mi dice, prima di voltarsi e tornare a camminare. “Un viaggio in un passato perduto che ho dimenticato per tanti anni, che ho rimpianto e ricercato in tutto quello che è stato dopo. Nei viaggi che ho fatto, nelle foto che raccontano il Tibet. In pratica sono le immagini della mia seconda vita”.

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