Molto scalpore ha destato in questi giorni l’ennesima “pernacchia”, per dirla alla napoletana, che è stata fatta da dati provenienti non già dai “negazionisti” istituzionali regionali, ma da asettiche banche dati europee e riportati dal Sole 24 Ore: essi classificano senza ombra di dubbio la Campania quale peggiore regione italiana per mortalità da cancro di individui di età inferiore a 65 anni (anno di riferimento 2015, laddove il registro tumori Asl 1 Napoli centro resta fermo al 2012). Siamo sempre gli ultimi a sapere qualcosa.

Il dato di mortalità è un indice di esito, lo sappiamo bene tutti. L’incidenza, cioè il numero di nuovi casi/anno, resta un primato del nord, specie di zone che ormai si stanno avviando persino a cambiare nome per i disastri ambientali in atto e ampiamente sottovalutati, come per esempio Bresciernobyl, che già fu Brescia.

La migliore qualità complessiva della sanità del Nord Italia, anch’essa fuori discussione rispetto al Sud e alla Campania, mitiga il drammatico dato di incidenza rispetto alla mortalità. Come già schizofrenicamente scrisse Libero in prima pagina, il nord è molto più inquinato – e quindi ci si ammala di più -, ma si vive più a lungo, grazie a una sanità migliore.

Può dirsi sano di mente chi al nord è felice di una cosa del genere? Come ho messo nel frontespizio del mio profilo Facebook, “se dipendesse da me diffonderei la salute, non certo la malattia!”, riprendendo un’affermazione di un politico americano dell’Ottocento, tale Robert Ingersol, che aveva più chiari, rispetto a molti giornalisti e politici del nord di oggi, quei concetti della medicina ippocratica che ogni medico italiano alla laurea giura di rispettare. La prevenzione delle malattie viene sempre prima della loro cura.

E come si fa prevenzione? Specie quella vera, cioè quella primaria? Purtroppo a me è stato dato il terribile dono di notare quello che nessuno nota e, grazie anche a Il Fatto Quotidiano, di renderlo noto a tutti. Ancora una volta, e quindi non è certo più una coincidenza, il dato su base europea riportato da Il Sole 24 Ore correla, nel caso italiano, in modo perfetto e impressionante con un’altra classifica – non sanitaria, ma a quanto pare molto ben fatta – quella sulla qualità della vita complessiva delle province italiane, stilata ogni anno su parametri economici e sociali da Italia Oggi e Università La Sapienza.

La classifica 2019 per qualità della vita complessiva in Italia correla in maniera impressionante con quella europea sulla mortalità da tumori: la Campania (con le province di Napoli e Caserta in testa) è la peggiore per mortalità da tumori come per qualità di vita complessiva, con 76,8 morti per cancro/100mila abitanti (anno 2015); mentre la migliore di Italia, e tra le migliori d’Europa, risulta essere la Provincia di Trento, sia per qualità di vita complessiva che per mortalità per cancro con soli 53,8 casi/100mila abitanti.

Sono quindi ufficializzati 23 campani (specie napoletani) su 100mila che muoiono di cancro, in maniera evitabile, ogni anno per pessima qualità di vita complessiva, che include tutto: disastro ambientale, lavoro nero, camorra, sanità negata, ritardato e difficile accesso alla cure, specie nelle zone a maggiore densità abitativa e “deprivazione economica”. È tutto chiaro, chiarissimo. Ormai da molto tempo.

Basta solo sapere leggere tutte le banche dati, essere onesti e soprattutto leali nel prendere atto della situazione e quindi delle cose da fare. In Campania non basta certo la sola repressione o, finalmente, tornare ad assumere in sanità: serve il recupero concreto di una qualità della vita complessiva che noi, specie nella bellissima, vitale, amatissima ma dolente Napoli, stiamo perdendo ogni giorno di più.

Possiamo affermare che un napoletano al di sotto dei 65 anni ogni due giorni muore in eccesso di cancro rispetto a Trento soltanto perché ha la peggiore qualità di vita complessiva d’Italia. Lo stesso, e lo avevo già notato e riportato qualche anno fa, vale anche per i tumori infantili, ed è ancora più grave!

E tutta questa tragedia – con quattro anni e mezzo di aspettativa di vita media in meno della Provincia di Napoli rispetto alla Provincia di Firenze – a mio parere ha una data di inizio pure molto precisa. Negli anni sessanta un Sindaco come Giorgio La Pira imponeva e faceva rispettare a Firenze un rigido piano regolatore, mentre da noi, a Napoli e in Campania, iniziava quel periodo noto come “Mani sulla città” che ha visto, e vede ancora oggi il massimo consumo di suolo, il massimo degrado ambientale (Terra dei fuochi) e urbanistico, mancanza di trasporto pubblico ed eccesso di traffico veicolare, dominio della camorra e, quindi, la peggiore qualità della vita complessiva.

È iniziato un mese di campagna elettorale a Napoli per la sostituzione in Senato del mio maestro e compagno di lotta ambientalista, professor Franco Ortolani, scomparso purtroppo troppo presto e con mio immenso dolore. Riuscirò a farmi ascoltare da coloro che sono stati candidati per sostituirlo?

La situazione sta peggiorando – non migliorando – per eccesso di “negazionismo” istituzionale e per eccessivo amore delle sole pummarole, e peggiora ogni giorno la qualità della vita complessiva dei cittadini napoletani.

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