Sessantadue anni, ventuno dei quali passati alla guida delle forze Quds, le forze speciali delle Guardie rivoluzionarie iraniane. Il generale Qassem Soleimani, ucciso nel raid Usa all’aeroporto di Baghdad ordinato da Donald Trump, era il braccio destro dell’ayatollah Khamenei e l’uomo sul campo di Teheran. Protagonista delle operazioni più importanti degli ultimi due decenni in Medio Oriente, le vittorie dell’Iran portano tutte la sua firma.

In Iraq e Siria la sua azione è stata determinante e dopo l’11 settembre 2001 era considerato uno dei nemici giurati degli Usa e, a sua volta, Soleimani ha tentato in ogni modo di sconfiggere il “nemico” statunitense, in maniera ancora più determinata da quando alla Casa Bianca si è insediato Donald Trump.

In patria era considerato una sorta di rockstar, aveva milioni di followers sui social e il The Times, proprio negli scorsi giorni, lo aveva inserito nella classifica dei 20 personaggi protagonisti del 2020.

Per dire, tre anni fa, su Time, veniva così descritto dall’ex analista della Cia Kenneth Pollack: “Per gli sciiti in Medio Oriente, è un mix di James Bond, Erwin Rommel e Lady Gaga”. Vicinissimo al premier Rohani e, sopratutto, alla guida suprema Khameini, Soleimani era considerato espressione dell’ala conservatrice del Paese.

Un mix che in diverse occasioni ha fatto pensare a diversi osservatori che potesse profilarsi per lui un futuro politico. Voci che il generale aveva sempre respinto, nonostante la sua influenza si sia rafforzata ulteriormente con le vittorie sul campo contro l’Isis in Siria e Iraq.

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