Ho reso pubblico il mio cancro non già per far sapere che andavo a curarmi al nord, ma per denunziare il fatto che nelle Terre dei Fuochi tutte le patologie cronico-degenerative stanno subendo un drammatico incremento di incidenza, con abbassamento dell’età di comparsa della malattia causato dall’ingravescente “lapidazione ambientale” da tossici di vario tipo, chimici e fisici.

Uno studio appena pubblicato su Cancer certifica che, in gran parte del mondo, l’incidenza del cancro alla prostata negli adolescenti e nei giovani adulti è in costante aumento. “L’incidenza del cancro alla prostata è aumentata in tutti i gruppi di età compresa tra 15 e 40 anni e sale a livello globale a un tasso costante medio del 2% all’anno dal 1990” affermano gli autori. E’ molto complesso comprendere il perché di questo aumento dell’incidenza nei più giovani, ma gli agenti cancerogeni ambientali in modo sempre più evidente appaiono tra le principali cause. Quello che appare pure certo è che i giovani con cancro alla prostata hanno tassi di sopravvivenza molto peggiori dei pazienti più anziani.

Tutti i processi di incenerimento ad altissime temperature producono nanoparticelle inquinanti (da 2.5 nm in giù). E’ in atto una contaminazione globale invisibile, fatta di nanoparticelle tossiche che entrano nei tessuti dei cittadini esposti, senza più uscirne. Effetti cancerogeni si verificano con tutte le deflagrazioni e/o le combustioni ad altissima temperatura (compresi inceneritori e fonderie) di materiale tossico (e non tracciato), finanche radioattivo.

Le nanoparticelle possono essere ingerite o inalate e passano tutte le barriere biologiche un tempo reputate “invalicabili”: la barriera polmonare, quella intestinale, quella ematoencefalica. Questo non accade con le microparticelle, di diametro maggiore, come ad esempio il famigerato pm10 che entra nei polmoni ma non passa attraverso le barriere biologiche. Ora invece piccolissime sferette di metalli pesanti e/o radioattivi entrano nel sangue e nello sperma! Sono nanosfere invisibili alle apparecchiature di monitoraggio tradizionale, per questo non dobbiamo eccedere nelle combustioni, specie ad altissime temperature, e pure coi filtri: più efficaci sono, di minori dimensioni e quindi più tossiche sono le nanoparticelle.

Mai prima si era visto nel corpo umano qualcosa di simile! Siamo oggetto di una “lapidazione” di cancerogeni ambientali innescata dalle nuove tecnologie anche belliche e dall’industria fuori controllo. Le combustioni ad altissime temperature sono aggravate dalla non perfetta conformità del materiale da incenerire, come nei recenti casi di inquinamento radioattivo proveniente da materiale ferroso non tracciato finito nelle discariche “legali” di Brescia.

Nelle Terre dei Fuochi d’Italia (dalla Campania a Brescia, da Taranto a Priolo) i risultati di uno studio pilota di biomonitoraggio, nell’ambito del progetto di ricerca EcoFoodFertility del dottor Luigi Montano dell’Asl di Salerno, sono stati presentati in anteprima a Palazzo Serra di Cassano a Napoli lo scorso 30 novembre: aiutano a capire cosa sta succedendo. Sono esami di maschi sani, omogenei per età e abitudini di vita, residenti nelle Terre dei Fuochi rispetto al tranquillo Alto Medio Sele (provincia di Salerno).

“I dati – spiega il dr. Montano, che ha coordinato il lavoro con Cnr e l’Iss – evidenziano la presenza di più elevate concentrazioni di alluminio, cromo, manganese, litio e cobalto nel sangue e più elevati livelli di cromo, rame e zinco nello sperma dei maschi residenti nelle Terre dei Fuochi, associati anche ad alterazioni della bilancia ossido-riduttiva nel seme, con danni al Dna spermatozoario rispetto a quelli dell’area di controllo. Nei ragazzi di Brescia in particolare cromo e cobalto assumono valori statisticamente significativi rispetto pure ai cittadini campani. L’obiettivo di EcoFoodFertility è quello di proteggere tutte le popolazioni esposte a questa “lapidazione ambientale” con percorsi di prevenzione che considerino i sistemi organo-funzionali più sensibili agli stress ambientali, come il sistema riproduttivo”.

Lo studio certifica “un maggior rischio biologico nei residenti delle Terre dei Fuochi d’Italia”: “Le alterazioni delle difese antiossidanti riscontrate evidenziano il ‘peso’ dell’area di residenza e quindi dell’ambiente sulla salute riproduttiva, che può nel tempo tradursi in un danno alla salute complessiva e predisporre a patologie maggiori, tra cui certamente anche il cancro con significativo anticipo della sua comparsa nella vita dei cittadini esposti”.

Riusciremo a salvare i nostri figli nelle Terre dei Fuochi? Brescia sta scoprendo di stare diventando pure “Bresciernobyl” con i suoi impianti “legali” di riciclo e smaltimento finale, attrattori di rifiuti industriali – persino radioattivi – mai tracciati a monte in modo certificato e sicuro.

Lo scorso 2 dicembre, alla presenza di tutte le maggiori autorità della Provincia di Brescia, ho denunziato quanto sta accedendo per mancata tracciabilità dei rifiuti industriali, ma l’unica apparente preoccupazione riportata dai giornali locali il giorno dopo è stata quella di riuscire a recuperare sufficienti soldi per garantire le “bonifiche” delle discariche radioattive incriminate.
Delle obbligate conseguenze sulla salute pubblica di fenomeni di inquinamento così gravi, ormai sempre più evidenti anche nel nord Italia, silenzio assoluto!

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