Un mentitore seriale che già dal momento successivo alla scomparsa della moglie, Roberta Ragusa, inizia a fornire ai Carabinieri informazioni “mendaci e volutamente orientate a depistare le indagini”. È questo il cuore delle motivazioni della sentenza con cui la Corte di Cassazione lo scorso 10 luglio ha condannato a 20 anni di carcere, con rito abbreviato, Antonio Logli, il dipendente comunale di San Giuliano (Pisa) accusato di aver ucciso la moglie prima di occultarne il cadavere.

Nelle motivazioni, i giudici non ritengono credibile Logli e mettono un punto definitivo sulla vicenda, diventata negli ultimi anni uno dei casi più celebri di cronaca nera, soprattutto dopo una prima assoluzione del Tribunale di Pisa per la mancanza del movente. Che ora è stato individuato: il dipendente comunale, nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, ha ucciso e fatto sparire il corpo della moglie perché “il rapporto coniugale si era logorato per la duratura relazione extraconiugale intrattenuta da Logli, di cui la Ragusa era consapevole”, e perché l’uomo temeva le “conseguenze economiche” del divorzio. Dopo la sentenza definitiva, Logli da luglio sta scontando la pena nel carcere di Livorno.

La lunga serie di bugie di Logli – Il dipendente comunale viene ritenuto non credibile dai giudici subito dopo la denuncia presentata alle 13.34 del 13 gennaio 2012, nonostante si fosse “accorto” della sua assenza alle 6,45 della mattina. Poi i giudici elencano tutta una serie di menzogne fornite da Logli a tre giorni dalla scomparsa della moglie, il 15 e il 16 gennaio. In primo luogo, l’uomo “aveva esposto circostanze mendaci sui sereni rapporti con la donna, sull’assenza di relazioni extraconiugali, sulla perdita di memoria occorsale dopo la caduta dalle scale e sullo smarrimento di denaro dovuto al medesimo stato di amnesia” in modo così “da orientare volutamente le indagini sin da quel momento sull’ipotesi dell’allontanamento, causato da stato confusionale, che peraltro nessuno tra amici, parenti e medico di base aveva riscontrato”.

Per questo, quindi, la tesi dell’allontanamento volontario della donna non è plausibile “sia dal profilo personologico e dai comportamenti antecedenti la sparizione, sia della situazione specifica e delle modalità dell’allontanamento”. Sotto il primo profilo, continuano gli ermellini, “la Ragusa non aveva mai fatto presagire la possibilità di una fuga: al contrario, era persona dalle regolari abitudini e dagli interessi limitati al lavoro e alla famiglia, legata ai figli in un rapporto definito morboso da amici e suoceri, figli che mai avrebbe abbandonato di sua spontanea volontà senza poi più contattarli o incontrarli”. E poi la donna “non aveva intrattenuto in passato o in quella fase relazioni extraconiugali, ipotesi non emersa dai tabulati del traffico telefonico, negata da amici e parenti e anche dall’imputato”.

L’omicidio e il movente – Quella sera Ragusa aveva scoperto l’identità dell’amante di Logli, la babysitter di famiglia Sara Calzolaio, dopo che l’uomo si era “ritirato” nella soffitta della loro casa per chiamarla al telefono. A quel punto era scoppiata la lite, la donna era scappata da casa “indotta da un forte timore per la sua incolumità” e quando l’uomo se n’era accorto aveva deciso di uscire di casa (visto dal vicino e testimone chiave Loris Gozi) prima di costringere a forza la moglie “a salire sull’auto”. “Abbandonato il luogo in tutta fretta – scrivono i giudici nella sentenza – l’aveva quindi condotta in altro luogo rimasto ignoto per poi sopprimerla con modalità anch’esse non potutesi accertare e farne sparire definitivamente, almeno sino ad ora, il corpo”. Secondo i giudici, il movente era chiaro fin da subito: “La coppia aveva interessi patrimoniali ed economici strettamente connessi” e per questo Logli non avrebbe accettato l’idea di una separazione.

Twitter: @salvini_giacomo

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