di Selene Vatteroni

Quello con un autografo è senza dubbio l’incontro più emozionante che può capitare di fare nella ricostruzione testuale di un’opera letteraria. Paradossalmente lo sanno bene i filologi e gli studiosi della letteratura italiana, che di Dante, padre della nostra lingua e tradizione letteraria, non hanno mai trovato nemmeno una firma.

Uno straordinario incontro è toccato invece ai colleghi francesi: si tratta della strofa conclusiva, la nona, di Les Bijoux, una delle sei poesie condannate della prima edizione de Les Fleurs du Mal (Paris 1857) di Charles Baudelaire. Visione sensuale e vertiginosa di una donna vestita solo dei propri gioielli, a partire dalla seconda edizione del 1861, l’ultima curata personalmente dall’autore, Les Bijoux viene sostituita dall’allegoria tragica del male di vivere di Le Masque.

Et je fus plus plein alors de cette Verité: / Que le meilleur trésor que Dieu garde au Génie / Est a connaître à fond la terrestre Beauté, / Pour en faire jaillir le Rythme et l’harmonie” (“e allora fui pieno di questa verità: che il tesoro più grande che Dio riserva al Genio è conoscere a fondo la bellezza terrena, per farne sgorgare ritmo e armonia”): i quattro versi inediti sono stati scoperti, aggiunti dal poeta a matita in calce al testo della poesia, in un esemplare dell’editio princeps con dedica all’amico Gaston de Saint-Valry, esemplare poi confluito in una biblioteca privata e di recente messo all’asta per un prezzo di partenza stimato tra i 60 e gli 80mila euro.

Più che di una scoperta si tratta in realtà di una ri-scoperta: dell’esistenza di una testimonianza autografa della nona strofa de I gioielli – ad oggi l’unica nota – si sapeva fin dai primi del Novecento (ne dà notizia Y.-G. Le Dantec nelle Oeuvres di Baudelaire edite nella “Pléiade”, Paris 1934), ma il possessore del prezioso esemplare si era sempre rifiutato di autorizzarne la riproduzione.

Che cosa succede, allora, quando ri-emerge un autografo? Succede che lo sguardo dell’interprete sul testo e sul suo autore cambia, a volte anche molto profondamente. È stato così nel caso della scoperta, avvenuta qualche anno fa, di un esemplare delle Prose della volgar lingua di Pietro Bembo (Venezia 1525) con annotazioni autografe dell’autore: una scoperta che, spiegano gli editori del postillato, ha cambiato l’immagine della vulgata della prima grammatica della nostra lingua (F. M. Bertolo, M. Cursi, C. Pulsoni, Bembo ritrovato. Il postillato autografo delle Prose, Roma 2018).

In un caso come quello de I gioielli, i quattro versi inediti arrivano a guidare l’interpretazione del testo in direzione “flamboyant” (v. 31), verso l’affermazione di un desiderio che non si rassegna a finire, e insieme ci dicono che il poeta, infaticabile revisore di se stesso, non aveva rinunciato a lavorare sulla poesia nemmeno dopo la sua immediata esclusione dalla raccolta.

La vicenda un po’ rocambolesca di questa ri-scoperta ricorda per certi versi quella di un altro ritrovamento, forse il più celebre della letteratura italiana: l’autografo del Decameron di Boccaccio, il manoscritto Hamilton 90 della Staatsbibliothek di Berlino. L’ipotesi dell’autografia di questo testimone era già stata avanzata all’inizio del Novecento da Alberto Chiari e Michele Barbi, ma allora non era stata resa pubblica. Nel secondo dopoguerra del manoscritto, “sfollato” da Berlino a Marburg per paura dei bombardamenti, si erano perse le tracce; e solo all’inizio degli anni Sessanta Vittore Branca, che sarebbe diventato l’editore critico del Decameron, e Piergiorgio Ricci l’avevano richiesto in prestito presso la Biblioteca Marciana di Venezia per studiarlo a fondo, rendendosi conto di avere effettivamente davanti agli occhi l’autografo di quella che è forse la più famosa prosa italiana – e dandone finalmente notizia (V. Branca-P. G. Ricci, Un autografo del Decameron (codice Hamiltoniano 90), Padova 1962).

Questo tardivo riconoscimento ha avuto conseguenze di non poco peso sia sulla restituzione del testo del Decameron così come lo leggiamo da più di 40 anni sia sull’idea che abbiamo del modo in cui lavorava Boccaccio: basti pensare che nel 1974 Charles Singleton si affrettava a dare alle stampe un’edizione diplomatico-interpretativa (ossia quasi “fotografica”) del codice berlinese che valeva come vera e propria ammenda delle critiche mosse in precedenza alla sua autorevolezza (C. S. Singleton, Decameron. Edizione diplomatico-interpretativa dell’autografo Hamilton 90, Baltimore 1974, che nell’introduzione ripercorre tutta la vicenda).

Adesso non resta che attendere che, con pari entusiasmo, il prossimo editore de Les Fleurs du Mal restituisca ai lettori Les Bijoux completa della sua ultima gemma.

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