Nel mese di settembre gli Stati Uniti hanno esportato 89mila barili di petrolio e prodotti derivati in più al giorno di quanti ne hanno importati. Quindi gli Usa per la prima volta dagli anni Quaranta sono esportatori netti di petrolio e prodotti raffinati, come riporta il Financial Times. Un capovolgimento clamoroso rispetto a dieci anni fa, quando le importazioni eccedevano le esportazioni di 12 milioni di barili al giorno. I dati sono stati diffusi venerdì dalla Eia (Energy Information Administration), agenzia del governo americano per l’energia.

Il contributo maggiore viene dai prodotti raffinati, di cui gli Stati Uniti sono diventati esportatori netti per la prima volta nel maggio del 2011. Gli Usa continuano a essere importatori netti di greggio, ma per quantità in costante calo dal 2017. Sempre secondo il Financial Times, una serie di fattori ha contribuito a questo cambiamento: la crescente produzione di olio di scisto (un tipo di petrolio non convenzionale), la fine di un divieto di esportazione di petrolio greggio nel 2015 e miglioramenti nel risparmio di carburante per le auto che hanno limitato la domanda interna di benzina. L’Eia, nelle sue ultime previsioni a breve termine, ha previsto che le esportazioni nette di petrolio e prodotti derivati saranno probabilmente pari a 550mila barili al giorno in ottobre e cresceranno a 750mila barili al giorno nel 2020.

Gli Stati Uniti si avvicinano così alla tanto agognata indipendenza energetica, invocata in ultimo dal presidente Donald Trump. Questo fatto potrebbe cambiare i suoi legami economico-politici con gli alleati. Lo status di esportatore netto cambierebbe le obbligazioni del Paese come membro dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie). Come misura di sicurezza, i membri dell’Aie devono mantenere a disposizione riserve di petrolio pari a novanta giorni delle loro importazioni nette, obbligo a cui gli Stati Uniti non dovranno assolvere se si confermerà il loro nuovo posizionamento nel mercato del petrolio.

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