Shto ujë, shto miell, aggiungi acqua e aggiungi farina. Per preparare il burek, la deliziosa torta salata tipica dell’Albania e dei Balcani (ogni Paese afferma di prepararlo meglio degli altri, come i Baklava mediorientali e il cous cous nordafricano), le quantità di acqua e farina sono date, metterne di più può soltanto fare danni. Il detto albanese traduce alla perfezione il senso applicato nel realizzare la gran parte degli edifici nel Paese delle Aquile dopo la caduta del Comunismo, a partire dal dicembre del 1990. Intere popolazioni si sono spostate dalle campagne e dalle montagne del nord e del sudest andando a ingrandire le periferie dei due agglomerati principali: Durazzo e il suo porto, oggi efficiente, affacciato sull’Adriatico meridionale, e soprattutto la capitale, Tirana.

Oggi la città sfiora il milione di abitanti, un terzo della popolazione albanese, un Paese che si estende per 28mila chilometri quadrati (non molto di più della Sicilia). Dall’inizio degli anni ’90 il territorio della capitale si è allargato a macchia d’olio, dando spazio ad una periferia disordinata e ossessiva, esteticamente brutta da vedere. Nuclei di palazzi alti fino a quindici piani, privi di qualsiasi opera di urbanizzazione, disegnati da ingegneri e architetti poco inclini all’estetica.

Altri la casa se la sono costruita passo passo, a partire dalla caduta di quel muro ideologico che alle soglie del terzo decennio del Duemila in molti già rimpiangono. Prendiamo, ad esempio, la palazzina collassata poco fuori dal centro di Durazzo e che ha sepolto nove persone (le ultime vittime delle 49 finora ritrovate sono state recuperate dai vigili del fuoco Usar italiani stanotte). Come tutti gli edifici sbriciolati dalla scossa delle 3:54 di martedì scorso, magnitudo 6.4, la costruzione è recente e soprattutto ha subito pericolosi ritocchi. O meglio, incaute aggiunte di piani: da uno a quattro il passaggio è stato breve, a ogni solaio i ferri dell’armatura di cemento spuntavano dai piloni, prova dell’imminente innalzamento per ospitare una nuova frazione familiare. Nel caso della famiglia Lala, travolta da un destino non così inimmaginabile, il nucleo è arrivato dal nordest dell’Albania.

A cedere per prime, sotto il peso dei quattro piani di cemento, sono state le fondamenta che hanno tirato giù tutti i solai a partire dal garage. Gli stessi soccorsi hanno messo in luce falle organizzative impressionanti e se non fosse stato per l’intervento di Vigili del Fuoco, Protezione civile, Croce Rossa da mezza Europa occidentale, probabilmente si sarebbe scavato a mano o con le pale meccaniche senza un senso compiuto: “Di solito, prima di iniziare un intervento per recuperare persone sotto le macerie – spiega uno dei vigili Usar (Urban Search and Rescue) italiani impegnati da tre giorni a Durazzo – i nostri tecnici contattano quelli dei Comuni per avere le carte catastali degli edifici crollati. Il tutto per avere un’idea di come era fatta la casa, dove potrebbero essere ubicate le persone e così via. Ma ci hanno risposto che non esistono documenti catastali relativi a quell’edificio e per qualche informazione abbiamo dovuto basarci sugli spunti dell’unico superstite estratto martedì pomeriggio. Il livello è questo”.

Per riassumere le sensazioni del popolo albanese sono importanti le parole di George Frendo, Presidente della Conferenza Episcopale albanese: “Dormiamo nella paura, ci svegliamo nella paura, perché continuano le scosse. Molta gente non osa dormire a casa, molti stanno dormendo nelle loro macchine, quelli che la macchina ce l’hanno, altri sono andati dai parenti che vivono nel nord dell’Albania. Un paese completamente demoralizzato, un paese sprofondato in una crisi politica senza precedenti, non accettato come candidato per far parte, in un futuro ignoto, dell’Unione Europea. Adesso questi terremoti. Una nota positiva è la solidarietà mostrata dagli stessi albanesi e da tanti Paesi, inclusa l’Italia. Sto ricevendo decine e decine di messaggi e telefonate ogni giorno, non so, non sappiamo più cosa fare per alleviare le pene della nostra gente”.

Oggi si piangono i morti, tuttavia la tragedia in corso è il classico esempio dell’edificazione senza criterio e senza controlli. I due hotel crollati in località Golem, lungo la riviera a sud di Durazzo, zona ad alta densità turistica, il Villa Palma e il Miramare, erano semivuoti: “Fosse successo in piena estate le vittime sarebbero decine. Conosco la storia di quegli alberghi, specie il Villa Palma, le speculazioni dietro, la volontà, ad ogni costo, dei proprietari di trasformare una normale edificazione residenziale ‘leggera’ in un grande hotel, fuori dalle regole. Nessuno ha controllato, nessuno ha posto un veto e le conseguenze sono dolorose”, dice Irvi Hyka, un lungo passato anche in Italia, commercialista e docente all’università di Durazzo. Il suo Paese lo conosce molto bene: “Il terremoto è stato forte, specie la scossa di martedì notte – aggiunge – Ma in fondo a venire giù sono stati pochissimi edifici, ognuno dei quali aveva dentro interi nuclei parentali. In questo senso è stata una strage delle famiglie. L’Albania è uno strano Paese che ha preso il bene e il male dall’Italia, ad esempio in tema di corruzione e di caos politico, poi però abbiamo copiato pari pari il vostro testo Costituzionale, e questo è bene anche se è sbagliata l’applicazione. Inoltre, la famiglia resta al centro di tutto, come da voi, specie in circostanze dolorose come la reazione ad una catastrofe naturale. Ora il Paese è segnato, ma presto dimenticherà, senza subire cambiamenti al suo interno. Si prepara una nuova ondata migratoria. Stavolta ad andarsene saranno i giovani più acculturati e la meta prediletta non è più l’Italia, ma la Germania. Le do questo dato, alla facoltà di medicina di Durazzo il 97% degli studenti è iscritto ad un corso di tedesco. In Albania resteranno i nostri politici e la gente più povera, altro che ingresso istituzionale in Europa”.

Il terremoto fisico, tra le scosse di settembre e quelle dei giorni scorsi (in realtà si susseguono a ripetizione nel classico defluire dello sciame sismico) ha oscurato, per un attimo, i rischi di un terremoto politico. Le proteste della destra, uscita dal Parlamento, con al suo interno un buco istituzionale. Una destra popolare, cresciuta sull’esperienza di Sali Berisha, per un ventennio (dal 1992 al 2013) primo ministro e presidente della Repubblica, oggi oscurata da una sinistra socialista e post-comunista che non fa più la sinistra. A preoccupare il premier Edi Rama, più che la destra, sono state le proteste inscenate nei mesi scorsi dagli studenti.

L’Albania è un Paese giovane, con un’età media molto bassa, effervescente e, nonostante tutto, in crescita economica evidente. Proprio questo fiorire di presunte opportunità ha attirato tantissimi italiani in cerca dell’affare giusto e dell’opportunità di cambiare, in meglio, la propria condizione: “Sgombriamo il campo da un equivoco, questo non è il nuovo Paese del Bengodi dove fare soldi facili col minimo sforzo. Chi ha buona volontà e sani principi deve sapere che il lavoro non manca, ma bisogna entrare in punta di piedi e fare le cose in maniera graduale. Altrimenti la strada è quella del malaffare. Quando sono arrivato qui ho iniziato a lavorare in un call center, poi ne sono divenuto amministratore e adesso ho la mia compagnia di marketing e comunicazione”. Paolo Picci prima di lasciare il Belpaese per trasferirsi a Tirana ha frequentato e poi sposato una ragazza albanese conosciuta in Italia e nel 2013 si è trasferito in pianta stabile: “Il mito dell’Albania come una terra di opportunità a poco prezzo è sbagliato e mi infastidisce – aggiunge Picci – Tanti connazionali sono entrati con questo atteggiamento e hanno pagato pegno. Un esempio su tutti, il canale televisivo Agon Channel, rilevato da un imprenditore italiano (Francesco Becchetti, ndr) nell’estate del 2015 e chiuso quindici mesi dopo. Italiani, dovete capire che l’Albania è un Paese complesso, dove mancano le strutture sociali, il sindacato, il giudice di pace per i contenziosi, i contratti sono volatili. La sanità è un privilegio per pochi, se hai bisogno di un letto d’ospedale e di cure di qualità devi pagare e non tutti possono permetterselo. Però è anche un Paese accogliente, sicuro, dove non esistono vandalismo e microcriminalità, anche se manca il rispetto per il pubblico, dai rifiuti ai parcheggi. In 13 anni ho visto l’Albania cambiare radicalmente a livello infrastrutturale, si costruiscono nuove strade, si progettano porti e nuovi aeroporti (Korca e Valona, ndr) e si punta al potenziamento della scarsa rete ferroviaria grazie all’interesse dei cinesi”.

A proposito di sanità, l’ospedale regionale di Durazzo è stato semievacuato dopo la scossa del primo pomeriggio di ieri e i crolli dell’ala ovest che ospitava, tra gli altri, il pronto soccorso: “Abbiamo dovuto trasferire i pazienti più gravi a Tirana, gli altri sono ‘parcheggiati’ lungo le corsie, ci dobbiamo adattare – spiega Vladimir Laro, chirurgo originario di Argirocastro, durante il sopralluogo – Alcuni, quelli meno gravi, sono stati dimessi per necessità di spazi. Lavorare in queste condizioni non è semplice, già prima il sistema era complesso. Vediamo cosa succederà a questo ospedale”.

Si sognano nuove opere infrastrutturali, ma intanto per andare da Tirana verso nord, a Scutari e fino in Montenegro, c’è una sola strada a una corsia per senso di marcia, simile a una nostra provinciale. Nel tratto appena fuori Tirana, tra Kamez e Fushe Kruje, circa venti chilometri, ai lati della carreggiata una distesa di capannoni e negozi che vendono solo ed esclusivamente mobili. Blerim, imprenditore del posto, proprietario di due caffè, ci accompagna da Tirana verso Lezhe e dice la sua: “Sì, ci sono solo mobili, ma quelle imprese fanno altro, coprono affari diversi. In fondo in Albania è tutta una mafia e la politica se ne serve per fare affari e lasciar morire la povera gente. Guardi il terremoto, il governo ha lasciato morire nostri connazionali, non li ha protetti e adesso dobbiamo chiedere aiuto a tutti, compresi voi italiani, per venire a scavare tra le macerie. Andrà sempre peggio”.

L’Albania è in lutto nazionale e in stato di emergenza post-sisma a tempo indeterminato. Nel frattempo, si inizia a celebrare il ricordo delle vittime. In mattinata, nella sede comunale, è stata allestita la camera ardente, una veglia funebre per celebrare tre generazioni di donne della famiglia Karanxaj: Roseta 59, Diena 30 ed Esiela, 8 anni appena. Successivamente sarà la volta della famiglia Reci, quella della fidanzata del figlio del premier Edi Rama. Ieri, 28 novembre, la Repubblica di Albania, ha celebrato l’indipendenza dal dominio Ottomano, ottenuta nel 1912, e l’ascesa della bandiera nazionale, sollevata per la prima volta a Kruje nel 1443 dall’eroe nazionale, Giorgio Castriota Skanderbeg. Ricorrenze storiche e lutti che si mescolano.

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