La prossima settimana sarò nelle scuole superiori della Liguria per una serie di lezioni sulla canzone d’autore come forma di letteratura, nell’ambito del progetto dal titolo “Cantautori nelle Scuole”, promosso dalla Regione e che mi vede coinvolto da diversi anni.

Letteratura della canzone; da dove si comincia? Dal concetto di poetica, ciò che più di ogni altra cosa a mio avviso fa diventare “letteratura” un componimento fatto di parole con musica: riscontrare in più di un brano, anche a distanza di tempo, un filo rosso, dei rimandi interni che descrivano il “saper fare” di quello e di quel solo artista. In quei casi, un’istituzione come la scuola è tenuta a concentrarsi sui migliori: valorizzarli, divulgarli. No poetica no party.

Facciamo un esempio, serviamoci di due canzoni famosissime di Gino Paoli come Il cielo in una stanza (1960) e Una lunga storia d’amore (1984). Il cielo in una stanza è forse la canzone più importante di una certa stagione artistica, quando a cavallo tra gli anni Cinquanta e i Sessanta la nascente canzone d’autore faceva la spola tra Genova e Milano: da una parte c’erano gli artisti, dall’altra chi ci metteva i soldi.

In un periodo in cui le canzoni d’amore dovevano essere astratte e pudiche per soddisfare il perbenismo borghese di un circuito mediatico bigotto e perbenista, quei ragazzi di Genova (Paoli, Tenco, Lauzi, De André per esempio), che avevano vent’anni e vedevano attorno a loro tutto un altro mondo rispetto a quello raccontato a Sanremo, si ribellarono: presero la realtà e la misero dentro le canzoni.

Dunque Il cielo in una stanza parla sì d’amore, ma anche di realtà. Perché, vivaddio, sono la stessa cosa: racconta l’amplesso in un bordello con una prostituta, non lesinando dettagli come il “soffitto viola” o quell’“organo che vibra per me e per te” che mi pare non lasci adito a dubbi, ma è anche una canzone dolce, usualmente amorosa, che così evita abilmente la censura. Un colpo di genio, una rivoluzione. In questo modo, senza nemmeno troppi problemi, la voce di Paoli raccontava la pruriginosa vita del porto antico di Genova in prima serata sulle reti Rai. Questo è stato Il cielo in una stanza.

Allora quando nel 1984 nel brano Una lunga storia d’amore lo stesso Gino Paoli canta “è stato come volare qui dentro camera mia”, capiamo benissimo a cosa si riferisce, e che ci sta proponendo, prima di ogni altra cosa, il suo modo di fare, la sua cifra d’autore, il suo mondo. Ecco quindi che Una lunga storia d’amore ci piace perché, certamente, è una bellissima canzone, ma anche perché siamo d’accordo – in un patto tacito con noi stessi – che vale la pena celebrare il “saper fare” di quell’autore. Ce lo teniamo stretto per farci luce in caso di buio intorno.

Questa è la funzione della poetica. E tra le varie poetiche la più conosciuta è quella di De André: quella degli ultimi, che poi muta leggermente ma in maniera decisiva verso quella della maggioranza. Negli ultimi mesi sono stato impegnato in un progetto presso l’Università di Siena – bandito dal Centro studi in collaborazione con la Fondazione De André – sulla ricezione dell’opera del cantautore genovese.

Ho pensato dunque che, per “saggiare” questa ricezione, non ci sia modo migliore che andare a vedere, con gli studenti a scuola, quanto di De André sia permeato nel genere che oggi racconta meglio degli altri ciò che in tv non si dice e non si sente: la trap. L’ho fatto spesso in classe in questi anni, ma non ho mai proposto parallelismi espliciti con De André. Lo farò con i “genovesi” di nascita o d’adozione Tedua e Izi e con il milanese Ernia, per motivi che spero possano risultare convincenti. Lo spirito è anche quello di capire quanto questi ragazzi si concentrino nella poetica di questi artisti: quanto sia importante per loro riconoscere qualcuno che accenda quella luce nel buio.

Prima parlerò delle vicinanze tra De André, Izi ed Ernia (dichiarate dai due trapper), poi mi concentrerò sulla poetica di Tedua, che come gli altri due disegna un percorso preciso e consapevole. Ecco: “consapevolezza” è una parola importante. Ascoltate il passo dal minuto 3.20 in poi di questa intervista: “più andrò avanti e più spero di trovare attorno a me meno negatività, meno aggressività e più cultura”. Mi sembra qualcosa su cui poter lavorare in classe. È perfettamente aderente con quello che Tedua dice nelle canzoni, un percorso chiaro che dal suo primo singolo, Pugile, arriva a uno degli ultimi, Vertigini.

È in questo modo che, a mio avviso, la trap si fa letteratura sull’esempio dei più grandi cantautori. Dalla distruzione e dall’aggressività all’eleganza formale e all’armonia. Dalla ribellione alla cultura, proprio com’è successo per i cantautori di Genova.

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