Il presidente della Repubblica, Ilir Meta, arriva in rruga (via) Mihal Rama, a due passi dallo stadio di Durazzo, poco dopo le 14 e, protetto da un cordone di guardie del corpo, si ferma a discutere coi familiari della famiglia Lala. In realtà ascolta il grido di dolore di chi ha perso già molto e rischia di assistere ad un vero e proprio bollettino di guerra: di nove persone presenti dentro la palazzina di quattro piani, crollata come un castello di carte, ne sono state estratte un terzo, di cui due morte. Delle altre sei, fino a oggi pomeriggio, nessun segnale: “La priorità adesso è cercare di portare in salvo il maggior numero di persone e limitare il bilancio dei morti – spiega il presidente Meta – nel frattempo dobbiamo prenderci cura di chi è rimasto senza casa e di tutti i feriti. Successivamente penseremo ad altro, compreso il modo in cui evitare future tragedie come questa. Non è il momento delle polemiche adesso, anche se capisco la rabbia di questa gente. Ringrazio l’Italia per l’aiuto che ci sta garantendo”.

L’Italia dei Vigili del fuoco in primo luogo, presenti a Durazzo e chiamati in causa per gli interventi più delicati. Come ad esempio l’edificio di quattro piani che, come una fisarmonica, è letteralmente imploso. Da un’altezza di una quindicina di metri, i solai sono caduti uno sopra l’altro travolgendo tutto, con le macerie adesso alte meno di tre metri. La differenza tra la vita e la morte sta in quei metri di sofferenza e di morte. La scossa, chiaramente sussultoria, dell’altra notte ha sbriciolato l’edificio in pochi secondi. I primi soccorsi, molto artigianali, sono iniziati poche ore dopo il sisma delle 3,54 di martedì. Da stamattina l’area è stata presa sotto totale affidamento dai vigili del fuoco della sezione speciale Usar (Urban Search and Rescue). Due squadre da 44 elementi l’una si alterna con un coordinamento certosino, alla ricerca di sopravvissuti o, nella peggiore delle ipotesi, dei corpi delle vittime.

In particolare si cerca e si spera di trovare vivi i due gemelline di appena un anno che l’altra notte dormivano in una stanza al secondo piano della struttura in cemento e mattoni rossi forati: “Dobbiamo fare la massima attenzione per non peggiorare le cose. Il compito della nostra squadra è questo, operare di precisione in modo da poter individuare presenza umana sotto strati e cumuli di macerie. Le speranze di trovare in vita qualche superstite? Siamo ancora in una fase temporale potenzialmente a favore, ma è chiaro che la situazione dell’edificio è compromessa e da sotto le macerie non arrivano segnali in tal senso, per ora”. A parlare è Luca Cari, portavoce nazionale dei vigili del fuoco che sta coordinando il lavoro degli Usar e di tutto il resto della pattuglia di vigili arrivata dall’Italia, oltre duecento elementi da varie regioni italiane, tra cui Toscana, Puglia, Lazio, Marche.

“L’obiettivo che ci è stato assegnato qui dal coordinamento centrale dei soccorsi, gestito ovviamente dal Paese balcanico – aggiunge Cari – è trovare sei persone che sono state indicate come disperse, tre bambini, due donne e un uomo. Sulla base delle indicazioni che alcuni testimoni hanno fornito, stiamo cercando in alcuni punti precisi dove pensiamo possano trovarsi i dispersi. Come vede i solai si sono compattati, hanno fatto un sandwich uno sopra all’altro. Per andare sotto dobbiamo bucare tutti gli strati formati dai cedimenti a catena. Potremmo lavorare molto più in fretta se potessimo operare con la benna, ma così facendo metteremo a rischio le già esigue speranze di sopravvivere di chi è sotto le macerie. Se ci sono persone sotto l’unico modo di lavorare è particolare e solo noi Usar lo possiamo fare qui. Nessun intervento è fatto a caso, come vede le squadre non si sono lanciate sulle macerie, facendo fretta, scavando senza una strategia. Le fasi sono diverse, ognuno fa la sua parte seguendo i compiti assegnati, nulla più nulla meno. Dove devono aprire, portare via materiale e così via”.

Un primo, parziale, bilancio dell’intervento in via Rama, sotto il profilo umano, lo fa Cari: “Un ragazzo è stato estratto vivo stamattina, ma purtroppo una donna e una bambina sono state recuperate, ma erano decedute. La bambina morta dovrebbe avere 5 anni. Sotto restano altre sei persone, almeno stando a quanto risulta dalle testimonianze raccolte”. A coordinare i lavori nel punto in questione è Tonin Florion, consigliere del Ministro delle Infrastrutture e direttore della comunicazione: “Sotto le macerie ci sono nonna e zio dei due gemelline – precisa Florion – lo zio tra le altre cose è invalido sulla sedia a rotelle. Gli altri due ancora dispersi, sempre membri e parenti della stessa famiglia, sono una ragazza di 18 anni e un bambino di 7. I parenti in vita sono tutti venuti qui e sono molto agitati. Sono originari di una provincia del nord-est, al confine con il Kosovo e si erano trasferiti qui alcuni anni fa costruendo questa casa”. Il padre delle bimbe è tornato ieri dall’Italia, dove lavora.

Nel cortile davanti alla casa crollata si sono radunate le donne, tra parenti, amiche e conoscenti, per una sorta di veglia funebre. Attorno all’epicentro delle ricerche gli uomini. Gruppi di abitanti sono saliti sui terrazzi, privi di qualsiasi protezione, delle palazzine circostanti. Tutti gli occhi sono puntati sui nostri vigili del fuoco, coadiuvati anche da personale della Protezione civile e della Croce Rossa italiane. Un vecchio, parente stretto di vittime e dispersi, si è seduto davanti alla scena delle ricerche e non muove il suo sguardo, fisso su quella poltiglia di cemento e laterizi mescolati gli oggetti personali che arredavano la casa. Ci sono divani, lenzuola, pentole, pezzi di mobili, un pallone rosso. Dalla pancia della devastazione una pala meccanica estrae ciò che resta di una lavatrice. È un lavoro chirurgico, ogni pezzo in muratura viene recuperato e allontanato con grande attenzione. L’atmosfera è pesante, il silenzio nasconde anche il vociare degli operatori e dei giornalisti, rotto soltanto dal rumore del gruppo elettrogeno attivato a fasi e del martello pneumatico, usato quando i vigili Usar sono certi che sotto non ci sia alcuna presenza umana.

Dal tetto del palazzo di fronte osserviamo lo skyline della zona. Non c’è un edificio uguale all’altro, ma tutti hanno in comune un particolare: non sono terminati. Sui tetti la gettata di catrame per coibentare, il serbatoio dell’acqua e i nuclei di ferri arrugginiti che spuntano agli angoli dei solai, forieri di piani aggiuntivi da realizzare, forse, in una fase successive. Alle nostre spalle una palazzina di tre piani dal tenue color violetto. La scossa dell’altra notte l’ha fatta collassare sul lato sinistro ed essa si è appoggiata all’edificio al suo fianco, ancora con i lavori in corso. La tragedia del sisma albanese è, soprattutto, figlia di questa precarietà di base. In fondo il presidente Meta ha ragione, non è il tempo delle polemiche. Certo per lui e per il governo del primo ministro Edi Rama, già al centro di aspre polemiche nei mesi scorsi per la situazione economica in cui versa il Paese delle Aquile e per la corruzione, non si prospettano settimane tranquille all’orizzonte.

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