Il gruppo ArcelorMittal è già stato accusato di non rispettare gli impegni in Italia. È accaduto nel 2008 in una vicenda legata all’accordo di acquisizione di Metalsider e Sidermed, due controllate di Finmasi Group, azienda siderurgica con sede a Modena: una vicenda per la quale la multinazionale è stata condannata in primo grado, con la conferma in appello, a versare un risarcimento di 23 milioni 745mila euro all’impresa emiliana ritenuta danneggiata per un “inadempimento contrattuale”.

La vicenda, che risale all’epoca del crac Lemhan Brothers e al periodo di crisi conseguente, come si legge nelle carte della causa civile, per una parte è già stata definita in Cassazione e per l’altra, quella che riguarda l’importo definitivo di fatto già pagato ma immobilizzato nelle casse della Finmasi, è in attesa del giudizio della Suprema Corte. Dagli atti risulta infatti che dal 2007 l’impresa italiana aveva avviato trattative con il gruppo cinese Wuhan Iron Steel per la compravendita dei due rami di azienda e che quest’ultimo alla scadenza della “opzione rilasciata il 13 luglio 2007” e rinnovata il 30 marzo 2008, avrebbe ottenuto una ulteriore proroga fino al 30 giugno 2008.

Nel frattempo, però, il 30 aprile di quello stesso anno, in un incontro a Milano, i vertici e dirigenti di Arcelor Mittal Distribution Services France, per la precisione il general manager Jean-Marie Barthel, Philippe Baudon, Daniel Guinabert, l’attuale vice-presidente di ArcelorMittal Italia Udino Giannini e altri, chiesero a Marcello Masi, patron del gruppo modenese, se “era in grado di aprire una trattativa in forma esclusiva”. Richiesta a cui Masi diede la “propria disponibilità (…) informando i dirigenti che di conseguenza non avrebbe più aderito alla richiesta del Gruppo cinese”.

Quando poi in un incontro dell’11 luglio successivo a Londra, “conclusa la trattativa”, Barthel “propose di andare a festeggiare (…) al ristorante brindando a champagne”, Baudon, commentando i tempi tecnici per ottenere l’autorizzazione dell’Antitrust, “aggiunse la seguente letterale frase: naturalmente Marcello (Masi, ndr) noi dovremmo ricevere l’autorizzazione del nostro Board”. Frase a cui Masi replicò a voce alta, in modo che tutti i presenti potessero sentire: “Signori, devo allora intendere che abbiamo concluso questo affare, oppure che abbiamo discusso solo una ipotesi?”.

Nonostante le assicurazioni di stare “tranquillo”, che mancava “una formalità puramente interna” alla multinazionale dell’acciaio che sarebbe stata espletata entro il 23 luglio, l’affare sfumò.
Come è scritto nella sentenza di primo grado del giudice Enrico Consolandi, e l’anno scorso confermata in appello, “all’esito delle pattuizioni la sostanza della intesa è che Arcelor doveva comprare” ma che, invece, ha “inadempiuto” all’impegno come non ha adempiuto all'”obbligo di ottenere un pronunciamento del board che non poteva essere all’oscuro di una trattativa da 93 milioni”.

Ritenendo che l’interesse leso è quello del “diritto alla vendita”, il Tribunale ha osservato che, in sostanza, il board della multinazionale, prima di dare esecuzione all’affare già concluso, ha deciso di “aspettare”, di “vedere cioè se la crisi che si manifestò proprio” all’indomani della chiusura della trattativa (avvenuta in agosto) “poteva considerarsi passeggera o meno”, sottolineando che, in base a una consulenza e ai documenti prodotti, che “in quel 2008 – e probabilmente anche prima del caso Lehman Brothers di fine settembre – il mercato dell’acciaio desse segni di un calo di domanda; questo in un gruppo sicuramente accorto, oltre che rapido, giustifica la lentezza usata nel caso di specie”.

Pertanto, pur considerando che “seppur non con i margini di prima del 2008 le due società di cui alla mancata vendita hanno continuato ad esistere e lavorare”, è stato riconosciuto un loro “calo di valore (…) dopo la data prevista per il closing”. Quindi ArcelorMittal Distribution Services France è stata condannata a pagare a Finmasi 23.745.000 euro, oltre agli interessi legali. Mentre la sentenza nel merito è definitiva quella sulla quantificazione del danno è stata confermata in secondo grado. Il giudizio in Cassazione è atteso tra un paio di anni.

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