L’Argentina ha emesso un mandato di cattura internazionale nei confronti del vescovo argentino Gustavo Oscar Zanchetta, attualmente domiciliato in Vaticano: l’accusa nei suoi confronti è di abuso sessuale semplice e continuato ai danni di due seminaristi, reato aggravato dal fatto di essere stato commesso da un ministro di culto. A stabilire il provvedimento è stata la magistratura di Salta, con la pm María Soledad Filtrín che ha deciso di emettere il mandato nei confronti dell’ex vescovo di Orán, considerato vicino a papa Francesco, dopo che lo stesso non ha risposto a ripetute telefonate e email inviategli per notificare gli atti processuali a suo carico e dopo la sua decisione di costituire il suo domicilio nello Stato del Vaticano.

Il 19 dicembre 2017 papa Francesco aveva nominato Zanchetta assessore dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa). A inizio di gennaio erano emerse sulla stampa le prime notizie circa le accuse mosse al prelato. Pochi giorni prima, a fine dicembre 2018, il giornale argentino El Tribuno aveva scritto che tre sacerdoti avevano puntato il dito contro il monsignore davanti al Nunzio a Buenos Aires, accusandolo di abuso di potere, economico e sessuale all’interno del seminario. Il Vaticano aveva immediatamente precisato che gli addebiti erano giunte mesi dopo la nomina all’Apsa.

Il 20 gennaio in un’intervista all’Associated Press il reverendo Juan Jose Manzano aveva sostenuto che il Vaticano era a conoscenza dei comportamenti inappropriati di Zanchetta fin dal 2015: “Nel 2015 abbiamo inviato un ‘supporto digitale’ con foto selfie” in cui l’ex vescovo di Oran era in pose “oscene e inappropriate”, ha raccontato il sacerdote. “È stato un allarme che abbiamo lanciato alla Santa Sede attraverso alcuni vescovi in via informale. La Nunziatura non è intervenuta direttamente, ma il Santo Padre ha convocato Zanchetta e lui si è giustificato dicendo che il suo cellulare era stato violato, e che c’erano persone che volevano danneggiare l’immagine del Papa”. Manzano aveva aggiunto che Bergoglio conosceva bene Zanchetta in quanto quest’ultimo era stato sottosegretario della conferenza episcopale argentina. Lo stesso religioso nell’intervista aveva sostenuto che da cardinale Jorge Bergoglio era stato il confessore di Zanchetta e lo trattava come “un figlio spirituale”. Ma allo stesso tempo il reverendo aveva difeso il pontefice considerandolo una vittima delle “manipolazioni” del vescovo argentino sotto indagine.

Il 28 maggio Papa Francesco ha annunciato l’apertura di un’inchiesta su Zanchetta. “Circa quindici giorni fa mi è ufficialmente arrivata l’indagine preliminare – ha spiegato Bergoglio in un’intervista a Televisa – L’ho letta, e ho visto che era necessario fare un processo. Allora l’ho passata alla Congregazione per la Dottrina della Fede – aggiunge il pontefice – stanno facendo il processo”. Ripercorrendo la vicenda, il Papa ha sottolineato che “c’era stata un’accusa e, prima di chiedergli la rinuncia, l’ho fatto venire subito qui con la persona che lo accusava. Un’accusa con telefono”. “Si’, ma alla fine si è difeso dicendo che lo avevano hackerato, e si è difeso bene – ha spiegato Francesco – Allora di fronte all’evidenza e a una buona difesa resta il dubbio, ma in dubio pro reo. Ed è venuto il cardinale di Buenos Aires per essere testimone di tutto”.

“Io ho chiamato la Nunziatura e il Nunzio mi ha detto: ‘Guardi, la questione della denuncia per maltrattamenti è seria’. L’ho fatto venire qui e gli ho chiesto la rinuncia. Bello e chiaro. L’ho mandato in Spagna a fare un test psichiatrico. Alcuni media hanno detto: ‘Il Papa gli ha regalato una vacanza in Spagna’. Ma è stato lì per fare un test psichiatrico, il risultato del test e’ stato nella norma, hanno consigliato una terapia una volta al mese. Doveva andare a Madrid e fare ogni mese una terapia di due giorni, per cui non conveniva farlo tornare in Argentina. Alcuni lo hanno interpretato qui in Italia come un ‘parcheggio’”. “Perché ho raccontato tutto questo? Per dire alla gente impaziente, che dice ‘non ha fatto nulla’, che il Papa non deve pubblicare ogni giorno quello che sta facendo, ma fin dal primo momento di questo caso, non sono rimasto a guardare – ha sottolineato Francesco –. Ci sono casi molto lunghi, che hanno bisogno di più tempo, come questo, e ora spiego il perché. Perché, per un motivo o per l’altro, non avevo gli elementi necessari, ma oggi è in corso un processo nella Congregazione per la Dottrina della Fede. Cioè non mi sono fermato”.

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