Nessuno vuole chiamarla minaccia, meno ancora accettano la parola ricatto. Tutti, a parole, sperano di trovare un punto d’incontro. Ma il senso di quello che emerge dall’ultimo vertice sulla giustizia sembra essere proprio quello: se Pd e Movimento 5 stelle non si metteranno d’accordo sulla riforma del processo penale, i dem potrebbero pure votare la proposta di Enrico Costa. Cioè il ddl presentato in commissione Giustizia dal parlamentare di Forza Italia, ex ministro del governo di Matteo Renzi, che chiede la cancellazione totale della riforma sulla prescrizione. Una vera e propria mina sul percorso dell’esecutivo. Sarebbero salvi dunque politici e colletti bianchi che grazie alla prescrizione si sono spesso salvati dai processi. L’elenco è sterminato: si va da Giulio Andreotti a Silvio Berlusconi, da Massimo D’Alema a Carlo De Benedetti, da Paolo Scaroni a Flavio Briatore. Ma si potrebbe continuare per ore ad elencare i potenti prescritti nella storia d’Italia. E infatti più volte l’Europa ci ha chiesto di mettere mano alla questione. L’ultima volta era nel 2017, quando nel rapporto semestrale dedicato ai Paesi dell’Eurozona la Commissione europea scriveva tra le altre cose che “il termine della prescrizione ostacola la lotta contro la corruzione“perché “incentiva tattiche dilatorie da parte degli avvocati” e il risultato è che “un’alta percentuale di cause cade in prescrizione dopo la condanna di primo grado“. E quindi se “la questione non sarà affrontata, la fiducia dei cittadini e degli investitori nello Stato di diritto potrebbe diminuire”. Ora la questione è stata affrontata: una legge che blocca la prescrizione dopo il primo grado di giudizio esiste ed entrerà in vigore nel 2020, tra 41 giorni esatti.

La minaccia notturna – Il Pd, però, fa muro. E nella notte ha evocato al ministro anche quella possibilità: votare con Silvio Berlusconi. Ma davvero i dem avrebbero intenzione di votare la legge ammazza riforma? Gli effetti sarebbero mortali non solo per la legge, ma anche per la tenuta dell’intero esecutivo. “Diciamo che noi vorremmo trovare un’intesa nella maggioranza. Stiamo lavorando a questo. Ci sono ancora 45 giorni. Se c’è la volontà di lavorare, ce la faremo”, dice all’Adnkronos il dem Michele Bordo, tra i presenti al summit notturno. L’ennesimo convocato per trovare un punto d’incontro che semplicemente ancora non esiste. E d’altra parte era stata proprio la riforma della giustizia a spaccare la precedente maggioranza, visto che uno degli ultimi Consigli dei ministri dell’esecutivo M5s-Lega si era risolto con un nulla di fatto, pochi giorni prima della crisi estiva e alla caduta del governo Conte 1.

Il muro dem – Il tema si è subito riproposto anche con il nuovo esecutivo. Questa volta le posizioni della Lega sono portate avanti in maniera quasi identica dal Pd e – nelle ultime settimane – anche dai renziani di Italia Viva. La richiesta a Bonafede è di prorogarne l’entrata in vigore della legge sulla prescrizione, in attesa di varare una riforma del processo penale. Una bozza di riforma il ministro l’ha già preparata, ma gli alleati fanno muro: vogliono garanzie sulla durata dei processi. Un leit motiv che ha fatto fallire tutti gli ultimi vertici di maggioranza sul tema. Ed è per questo che le rivendicazioni sulla giustizia acquisiscono sempre più un valore politico, a scapito di un ragionamento tecnico. “Dopo che gli abbiamo fatto ingoiare il taglio dei parlamentari adesso dem e renziani vogliono colpire uno dei nostri provvedimenti bandiera”, dicono fonti interne ai 5 stelle. Pd e di Italia Viva rivolgono a Bonafede la stessa accusa che era stata a suo tempo della Lega e che oggi è in Parlamento ha ripetuto Costa di Forza Italia: il blocco della prescrizione dopo il primo grado di giudizio porterà anche gli assolti in prima istanza ad essere “imputati a vita”. “Lo Stato non si può piu sottrarre al proprio dovere di dare una risposta di giustizia. La riforma non avrà nessun effetto devastante o di apocalisse”, ha ripetuto oggi Bonafede, comparso a Montecitorio pe rispondere al question time proprio di Costa. Secondo il ministro con lo stop alla prescrizione ci saranno “effetti deflattivi” del processo che “contribuiranno a sistema di giustizia più efficiente e rapido”. Sono allo studio, ha spiegato il ministro, “misure idonee a impedire che si verifichino disfunzioni in grado di incidere sulla durata dei procedimenti, con conseguenze per la prima volta disciplinari e con misure al vaglio della maggioranza di carattere indennitario”.

La proposta di Bonafede – Le misure di cui parla Bonafede sono le due proposte fatte ai dem e ai renziani durante il vertice notturno: inserire nella riforma della giustizia penale la possibilità per gli assolti in primo grado di beneficiare di una corsia preferenziale in secondo grado. Una “trattazione urgente” degli appelli per gli assolti, per andare incontro alla richiesta di Pd e Iv che chiedevano vi fosse una distinzione “tra assolto e condannato“. Bonafede ha proposto anche un accesso agevolato agli indennizzi per l’irragionevole durata dei processi previsti dalla legge Pinto. Gli alleati però hanno rifiutato, nonostante Pietro Grasso – sostenitore della riforma del M5s – abbia fatto notare che “per la Costituzione la presunzione di innocenza resta tale fino alla sentenza definitiva. E questo vale tanto per l’innocente quanto per il colpevole: non ci può essere una distinzione in questo senso”.

Una controproposta che si può rifiutare – “Dal guardasigilli sono stati fatti passi avanti sulle garanzie ma ancora non sufficienti, al momento le condizioni per una convergenza non ci sono”, dice il dem Bordo. Durante il vertice notturno, infatti, il Pd hanno fatto una controproposta a Bonafede: inserire nella riforma della giustizia termini perentori entro i quali se non si celebra il processo d’appello l’intero processo si estingue. In pratica a prescriversi non sarebbe il reato ma sarebbe l’azione penale a decadere: non ci sarebbero più prescritti e neanche assolto ma imputati impossibili da processare. Una condizione che i 5 stelle bollano come “irricevibile”. È considerata ancora peggiore la seconda controproposta del Pd: un sistema di sconto di pena per il condannato il cui appello non si è svolto entro un certo periodo di tempo. “È l’unica strada percorribile per evitare la durata irragionevole dei processi, che metterebbe a repentaglio l’articolo 111 della Costituzione”, dice il capogruppo dem in commissione Giustizia Alfredo Bazoli. “Altro che snellimento dei processi: in questo modo chiunque sarebbe incentivato a fare appello”, ragionano tra i 5 stelle. Facendo notare come l’atteggiamento degli alleati sia sempre più “tattico” e meno orientato a risolvere l’impasse in cui è precipitata la questione giustizia. A preoccupare i grillini è anche l’atteggiamento dei renziani: “Il ministro – raccontano – ha chiesto proposte scritte ma da loro è arrivato molto poco”. Il timore è che i renziani possano far saltare il banco una volta che Bonafede sia riuscito a trovare l’accordo con il Pd.

I familiari delle vittime difendono la riforma – Tutto questo in attesa che il premier Giuseppe Conte, fino ad oggi lontano dai tavoli di contrattazione, possa prendere in mano il dossier per provare a mediare. Intanto i familiari delle vittime sono scesi in campo per difendere una “legge che rappresenta un traguardo importante, una garanzia per il giusto riconoscimento delle nostre ragioni”. “Passiamo anni dentro le aule dei Tribunali e sopportiamo processi lunghi e dolorosi. Tutte le associazioni che fanno parte della nostra Rete Nazionale aspettano una giustizia che stenta a emergere, un diritto sacrosanto che il nostro Stato dovrebbe rispettare perché sancito dalla Costituzione. La prescrizione ha colpito duramente i processi di molte nostre associazioni e lo farà con altre nel prossimo futuro, cancellando molti capi di imputazione per cui gli imputati dovrebbero essere giudicati“, scrivono in una nota gli aderenti al coordinamento nazionale ‘Noi non dimentichiamo‘, che raggruppa tutte le associazioni di familiari di vittime delle stragi. Quindi l’annuncio: “Seguiremo con attenzione il dibattito parlamentare dei prossimi giorni, riservandoci di essere presenti davanti alle sedi opportune, nel caso in cui questo importante risultato venga distorto o perda di credibilità”. La rete nazionale è presieduta da Gloria Puccetti, che ha perso un figlio nella strage di Viareggio, la tragedia che in appello ha visto cancellato dal tempo il reato di incendio colposo, con relative pene riviste al ribasso per gli imputati.

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