Ci sono i cinquemila posti di lavoro a rischio. E poi c’è chi il lavoro, all’ex Ilva di Taranto, lo ha perso appena dopo l’annuncio del disimpegno da parte di ArcelorMittal. “Mi hanno fatto fuori per le mie denunce sull’amianto. E poi dicono che i miei problemi respiratori non sono riconducibili all’esposizione sul lavoro”. Lui è Pasquale Maggi, da lunedì un ex dipendente dell’impianto siderurgico di Taranto. ArcelorMittal dice di averlo licenziato per giusta causa per il suo comportamento lesivo dell’immagine dell’azienda, che sarebbe riconducibile, in particolare, a una discussione avuta con un medico della struttura: “Io ho fornito la documentazione dei miei problemi respiratori e il medico ha valutato il mio stato di salute come inidoneo al lavoro, ma non ha riconosciuto la correlazione con il lavoro stesso: secondo lui mi sono ammalato con lo smog della città”. La visita risale al 30 ottobre, e proprio il giorno successivo ArcelorMittal fa partire la lettera di licenziamento, che a Pasquale è arrivata solo giovedì 7 novembre, poche ore dopo il vertice a Palazzo Chigi tra il governo italiano e la proprietà indiana. “Quella discussione è solo una scusa: negli anni ho ricevuto almeno 15 contestazioni disciplinari”, dice. “È una chiara ritorsione per il mio lavoro di denuncia dell’amianto non segnalato, e perché mi sono rifiutato di starci vicino, in quanto esposto. E per questo, da anni, subisco ogni tipo di discriminazione: nessuno ha fatto tanta cassa integrazione come me, là dentro”.

Pasquale ha 42 anni e lavora all’ex Ilva da 20, come elettricista. “Nel 2000, quando sono arrivato qui, ero contento: trovare un posto di lavoro al Sud non è facile”. Poi, la scoperta che il materiale con cui lavorava a stretto contatto, ogni giorno, era amianto: “Loro vogliono nascondere la realtà: qui dentro non ci sono quattromila, ma magari centomila tonnellate di amianto. Questo potrebbe creare un altro allarme sanitario e sociale, con la gente che già ora è preoccupata dal fatto di lavorare in mezzo all’amianto e portarsi a casa delle fibre, ogni giorno”. E allora Pasquale inizia la sua attività, solitaria, di denuncia: “Sono diventato un segugio dell’amianto, lo trovo ovunque”, trova il modo di riderci su. “Secondo l’azienda le quattromila tonnellate di amianto all’interno della fabbrica sono in sicurezza e non creano problemi, ma non è così. Io ho iniziato a denunciare la presenza di amianto dove non era rilevata, e durante le ispezioni sanitarie ero sempre l’unico a segnalare del materiale come sospetto”. Da qui la convinzione che la quantità censita sia in realtà molto inferiore rispetto a quella realmente presente: “Dopo le mie denunce, fatte anche all’autorità giudiziaria, sono state bonificate alcune aree e sostituiti materiali pericolosi. Tutte cose che però hanno comportato un costo per l’azienda, che ha deciso di farmela pagare”.

E lo ha fatto lasciandolo a casa, da un giorno all’altro: “Hanno giustificato il licenziamento con una serie di contestazioni disciplinari fatte a casaccio. Ne ho ricevute circa 15 negli ultimi anni, due di queste sono state anche annullate in sede di arbitrato, ma era soltanto un modo per farmi pressione”. L’ultima, appunto, riguarda una discussione avuta con un medico dell’azienda sull’applicazione di una sorveglianza idonea a chi è esposto all’amianto: “Tutto quello che ho fatto è stato ricordare a Mittal e al medico cosa prevede la legge sulle attività in presenza di amianto e sulla sorveglianza sanitaria”. Secondo l’azienda, nel farlo, ha però “riferito fatti e circostanze lesivi della reputazione” del medico e che hanno portato a “pregiudicare l’immagine aziendale”. Ma la motivazione, dice lui, è un’altra: “Mittal ha solo trovato il momento più opportuno per liberarsi di un lavoratore che invece di abbassare la testa ha deciso di denunciare la pessima gestione dell’amianto all’interno dell’azienda”, dice l’ex operaio, che sta preparando il suo ricorso nel pieno della crisi aziendale. Un momento nel quale la battaglia per la salute sembra passare del tutto inosservata.

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