Gli hotspot europei in Libia per la gestione dei flussi migratori non vedranno mai la luce. Lo ha dichiarato Natasha Bertaud, portavoce della Commissione europea, rispondendo alle domande della stampa internazionale durante il consueto midday briefing. “Un piano simile non esiste e non c’è alcuna intenzione di avere piani simili in futuro. Da parte nostra è molto chiaro”, ha dichiarato, specificando che Frontex non può intervenire in Paesi terzi in mancanza di un accordo: “Un piano del genere non esiste – continua – Più in generale, quello che posso dire su Frontex è che c’è un solo caso in cui può intervenire in Paesi terzi, cioè quando c’è un accordo con il Paese in questione. Per ora, ci sono solo due Paesi con i quali esistono accordi, l’Albania e il Montenegro”.

Secondo quanto scritto da Repubblica, invece, il governo aveva elaborato un piano da proporre a Bruxelles per la gestione dei flussi migratori. Nei giorni in cui si rinnova, tra le polemiche, il Memorandum Italia-Libia firmato nel 2017 dal governo Gentiloni, con Marco Minniti ministro dell’Interno, che ha bloccato le partenze dai porti del Paese nordafricano intasando, però, i centri di detenzione, nel corso dell’incontro a Palazzo Chigi tra il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il titolare della Difesa, Lorenzo Guerini, e quello degli Affari Europei, Enzo Amendola, quest’ultimo ha presentato il piano da proporre all’Ue: svuotare i lager libici e costruire hotspot gestiti direttamente dall’Unione europea dove accogliere i migranti, analizzare le loro domande d’asilo e organizzare, per chi ne ha diritto, il trasferimento in Europa attraverso corridoi umanitari sicuri. Tutti gli altri, invece, verrebbero rimpatriati nei Paesi di provenienza. Il tutto finanziato proprio dalle istituzioni europee, con lo spostamento delle risorse di Frontex, circa 9 miliardi, dai confini orientali alla Libia e lo sfruttamento dei nuovi fondi per la cooperazione previsti nel bilancio europeo.

La proposta, si legge, ha scardinato la resistenza di Di Maio, restio alla cancellazione o allo stravolgimento dell’accordo voluto da Minniti, che ha così aperto a delle modifiche migliorative del Memorandum. E il piano di Amendola potrebbe diventare la linea guida da proporre agli altri Paesi membri: un’idea che potrebbe incontrare meno resistenze a Bruxelles rispetto alle richieste di redistribuzione delle persone. Anche tra quei Paesi, soprattutto dell’est Europa, che hanno deciso di applicare la politica delle porte chiuse. Tanto che anche il prossimo Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (Pesc), Josep Borrell, avrebbe comunicato al presidente del Parlamento Ue, David Sassoli, la volontà di spingere per una modifica degli accordi in materia di immigrazione.

Proprio questo elemento potrebbe spiegare la distanza tra le due posizioni. Mentre Borrell fa parte del nuovo esecutivo comunitario guidato da Ursula von der Leyen, Bertaud parla ancora come portavoce della squadra dell’ex premier lussemburghese che, però, si scioglierà nelle prossime ore. È sul nuovo team di commissari che il governo di Roma dovrà lavorare per spingere l’eventuale proposta italiana.

Minniti: “Memorandum? Lo rifarei. Ma può essere migliorato”
Chi non si dice pentito dell’accordo con il governo libico di Fayez al-Sarraj, sostenuto dalle Nazioni Unite, e indirettamente con la Guardia Costiera libica, accusata di violazioni dei diritti umani e coinvolgimento nel traffico di esseri umani, è l’ex ministro dell’Interno, Marco Minniti. In un’intervista con Repubblica, l’ex capo del Viminale ha dichiarato: “Non distinguo l’etica dalla politica. Se ritenessi di aver compiuto scelte sbagliate, o addirittura immorali, per incassare un consenso momentaneo, ne trarrei le conseguenze”.

Se gli viene fatto notare che, come rivelato dallo scoop di Avvenire, agli incontri tra i funzionari del Viminale e la delegazione libica erano presenti anche personaggi come Abd al-Rahman al-Milad, il trafficante di uomini a capo dei guardacoste di Zawiya meglio conosciuto come Bija, Minniti risponde: “Non ho mai conosciuto Bija. Leggo dai giornali che è venuto in Italia per un viaggio di formazione organizzato dall’Oim. Ma non ho mai autorizzato accordi che sacrificassero l’etica e i diritti umani. Dovevo dimostrare che eravamo in grado di governare i flussi migratori senza perdere l’anima”.

L’ex ministro dell’Interno, però, ammette anche che l’accordo può essere migliorato: “Gli otto articoli di quel Memorandum non sono le Tavole della Legge. Non è immodificabile. resto però dell’avviso che non lo si possa cambiare in maniera unilaterale. Dobbiamo tentare delle modifiche concordate”.

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