C’è una frase emblematica con cui il buon senso popolare di un tempo sintetizzava la biografia di una persona di successo, che si è affermata, che ha avuto fortuna: “Quello lì ha fatto i soldi”. In queste sei parole c’è la sintesi brutale, ma efficace, del gioco capitalistico. “Quello lì ha fatto i soldi” evidenzia al meglio la capacità di un individuo di creare valore, producendo o commerciando idee, beni, servizi. E ottenendo, in cambio, la moneta: commutatore di tutti i valori, strumento di scambio, unità di conto e riserva di valore per eccellenza.

Ora, in occasione del discorso d’addio di Mario Draghi, forse è il caso di rispolverare questo detto. Mario Draghi è un uomo che “ha fatto i soldi”. Ma non tanto nel senso figurato suggerito dalla espressione proverbiale di cui sopra. Mario Draghi ha “fatto” i soldi per davvero, in senso letterale. Li ha fabbricati e immessi nel mercato. È difficile questo compito? Rispetto a chi fa i soldi ottenendoli come corrispettivo di uno sforzo fisico, psicologico o gestionale, dove sta il merito di chi invece si limita a produrli? A leggere la grande stampa, c’è una sola cosa da dire, e da ripetere ad nauseam: il governatore italiano è un personaggio di straordinario spessore, merito e capacità (il che magari è vero, ma non è il “vero” punto). Da ogni dove ci spiegano come egli abbia “salvato l’Italia” grazie a una sorta di abracadabra (“whatever it takes”) e con una password sconosciuta ai più fino a un decennio fa (“quantitative easing”). Bella forza, verrebbe da dire. Potevate attendervi qualcosa di meno da uno dotato del potere di “fare i soldi”? Vi piace vincere facile, ragazzi.

Nessuno viene neppure sfiorato dal dubbio che l’esaltazione a reti unificate per Draghi sia stucchevole. Un po’ come gli untuosi panegirici che, puntualmente, accompagnano ogni discorso del papa. Eppure, c’erano ben altri temi sul tappeto da poter affrontare, volendolo. Tutti connessi al socratico avverbio “perché”. Perché un sistema sedicente democratico, quale si vanta di essere quello italiano, europeo e occidentale, vive ancora del mito della Banca Centrale indipendente? Perché l’unico potere pressoché assoluto, e assolutamente in grado di condizionare tutti gli altri (e cioè quello di battere la moneta a corso legale), è sottratto alla legittimazione popolare? Perché, in un format in cui il denaro sfugge a ogni ancoraggio di valore (il gold exchange standard è stato seppellito da Nixon da quasi cinquant’anni), la moneta è ancora trattata come una risorsa “naturalmente” scarsa? E perché la sua governance è affidata a una autentica casta, para-sacerdotale, di consorterie non elettive, ingiudicabili, sostanzialmente immuni da ogni ingerenza e controllo?

La risposta a tali quesiti potrebbe avvicinarci di molto a una serie di altre questioni affatto secondarie, ma deliberatamente eluse dalla politica. Per esempio, la circostanza che l’operato di una Banca centrale, lungi dal calmierare il debito pubblico, lo alimenta di default. Non foss’altro perché la moneta non è mai creata dal nulla, come usa dirsi. È semmai creata a debito. E la contropartita per quella creazione sono proprio i tanto vituperati titoli del debito pubblico. No Btp, no party, si potrebbe dire. La Bce non crea mica la moneta “a gratis”. Vuole asset sottostanti. E quegli asset sono anche e soprattutto i titoli del debito pubblico. Il fatto che essa li rastrelli sul mercato secondario ottenendo di calmierare così gli interessi delle aste in quello primario, è solo l’effetto collaterale (positivo) di un macchina con zero difetti per generare debito.

Insomma, l’addio di Draghi poteva rappresentare l’occasione per un dibattito pubblico dal potenziale dirompente, rivoluzionario. In un mondo dove qualcuno è in grado di far zampillare nuovi quattrini come piovesse, ha senso che questi quattrini uno Stato li ottenga solo indebitandosi? Ha senso che fiumi di liquidità siano fluiti a irrorare il sistema bancario anziché l’economia reale? Ottanta miliardi al mese usati per la sanità, la cultura, l’istruzione, le pensioni, il territorio. Pare brutto? Te lo immagini l’effetto che fa? Ma nessuno ne parla; e sapete perché? Perché tutti, grandi opinionisti ed economisti in testa, sono convinti di sapere già tutto. Essi sono l’irriducibile antitesi del metodo socratico, per così dire. Non si pongono queste domande perché hanno il terror panico delle relative risposte. Sono vittime (e noi con loro) di un paradigma inscalfibile (quello della moneta-debito), un tabù più tenace del sesso per i puritani. Ma l’aspetto divertente è che, nella loro sclerotica rappresentazione del mondo, essi sono più realisti del re.

Proprio Draghi, pochi giorni fa, ha aperto a soluzioni eretiche come la helicopter money o la modern money theory. Un segno, forse: quello che crediamo il “migliore dei mondi possibili”, per dirla con Leibnitz, è prossimo a implodere. Se n’è accorto persino Draghi. Chi passa il tempo a tesserne le lodi, invece, continua a dormire.

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