Bologna, 1944. La città è occupata dai tedeschi, ma gli Alleati sono alle porte. Il vicecommissario Riccardo Parisi, con l’aiuto di altre persone, all’obitorio fotografa di nascosto tutti i morti uccisi da nazisti e dai fascisti. Si concentra su cinque esponenti della buona borghesia: un pediatra, due avvocati, un industriale e un odontotecnico. Ammazzati a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro e fatti ritrovare con strane rivendicazioni che addossano la responsabilità ai partigiani. Quella che mano a mano si dipana è una storia di depistaggio di Stato ante litteram. Lo scrittore Carlo Lucarelli la racconta su FQMillenniuM, il mensile diretto da Peter Gomez, nel numero attualmente in edicola dedicato alla strategia della tensione e alle stragi, cinquant’anni dopo la bomba di piazza Fontana. Come accadrà ad altri dopo di lui, lo zelo dell’investigatore bolognese nel cercare la verità dietro le apparenze non verrà affatto premiato. Neppure con l’avvento della democrazia. Da questa storia, lo scrittore prende spunto per riflettere sulla perdita dell’innocenza, non da parte dei cittadini, ma del potere. Una perdita d’innocenza che avviene ben prima del 12 dicembre 1969 e dei 17 morti alla Banca nazionale dell’Agricoltura. Di seguito, un breve brano dell’articolo di Carlo Lucarelli.

Molti degli uomini uccisi in quei giorni compaiono in una strana lista. La “lista Jacchia”. L’avvocato Mario Jacchia era un partigiano arrestato a Parma nell’agosto del ’44 e consegnato ai tedeschi che lo fecero sparire dopo averlo torturato. Durante il suo arresto l’Ufficio politico della Guardia nazionale repubblicana sostiene di aver trovato un documento con un lungo elenco di antifascisti. Cominciano a girare copie del documento, spesso con nomi diversi, o che prima non c’erano, veri e propri antifascisti attivi, fascisti così così che non piacciono all’ala dura del regime, e anche gente che non c’entra niente ma che magari non piace a qualcuno per motivi diversi dalla politica, cose di corna, magari, o di soldi. Non importa, se sta sulla lista si può prelevare e quel che succede poi si sa.

Depistaggi istituzionali, documenti falsi e liste di proscrizione, l’ipotesi che sta alla base di quegli assassinii di strada, anche se a volte si intreccia a motivazioni personali, e che sta alla base di tutto quel terrore diffuso che caratterizza uno dei periodi più brutti della nostra storia, e non solo a Bologna, è che proprio quel terrore serva a spaventare la borghesia cittadina da cui vengono quegli stimati professionisti. C’è il fronte a pochi chilometri, ci sono i partigiani che fanno saltare per aria la facciata del Grand Hotel Baglioni, dove stanno gli ufficiali tedeschi, danno battaglia a Porta Lame, come si fa a tenerla buona tutta ‘sta gente, anche gli avvocati, i professori e gli industriali?

C’è un modo per definire anche questa cosa, e l’abbiamo studiata tanto a proposito di tutto quello che è successo nella metà oscura del nostro paese dopo che abbiamo perso l’innocenza a piazza Fontana. Strategia della tensione. Va bene, non sono cose che nascono in quell’inverno del ’44. Tanti anni prima, nell’Italia monarchica e liberale, il Partito socialista faceva girare una nota tra i suoi iscritti. Raccomandava ai deputati e ai membri in vista di andare ai comizi con le tasche del vestito cucite, e anche bene. Perché c’era il caso che un delegato della polizia di Giolitti ci infilasse dentro un coltello a serramanico e poi li facesse arrestare.

L’articolo integrale di Carlo Lucarelli è su FQMillenniuM di ottobre, attualmente in edicola

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