L’uso di cannabis in gravidanza influisce sul sistema nervoso centrale del nascituro e lo predispone nel tempo allo sviluppo di forme psicotiche o di dipendenza. A dimostrarlo per la prima volta è uno studio italiano, realizzato dall’Università di Cagliari in collaborazione con l’Accademia delle scienze di Budapest e l’Università del Maryland e pubblicato sulla rivista Nature Neuroscience. La ricerca, condotta dal Dipartimento di Scienze Biomediche dell’ateneo cagliaritano sotto la guida della dottoressa Miriam Melis, ha evidenziato il legame fra l’esposizione al Thc, il principale componente attivo della cannabis, e l’alterazione del sistema neuronale dopaminergico a partire dall’osservazione di giovani ratti in laboratorio che dopo essere stati esposti anche per una sola volta alla molecola del Thc mostravano importanti modificazioni dei recettori della gratificazione, alla base di diversi disturbi.

Lo studio, finanziato dal prestigioso ente americano National Institute on Drug Abuse mostra quindi come una droga considerata “leggera”, se assunta durante la gravidanza sia in grado di modificare la regione cerebrale in cui risiedono le emozioni, il piacere e diverse funzioni cognitive, così come fanno l’alcol e le droghe pesanti. Un’evidenza molto importante perché la cannabis è la droga più usata nel mondo dalle donne in attesa di un figlio, a volte assunta come rimedio per le nausee mattutine o per l’ansia. L’eco della scoperta è particolarmente ampia negli Stati Uniti, uno dei paesi con tassi più alti di disturbi psicotici infantili, dove ora si spera che la percezione reale del rischio possa portare ad un cambio di paradigma comportamentale. Ma non basta: dallo studio italiano arriva anche un’altra importante novità, legata alla cura delle alterazioni cerebrali legate all’esposizione al Thc.

“La ricerca parte nel 2014 prendendo spunto da alcuni studi sull’uomo che mostravano un incremento di conseguenze negative per i figli di madri che in gravidanza avevano fatto uso di derivati della cannabis”, racconta la dottoressa Melis, in viaggio verso gli Stati Uniti per la presentazione della sua scoperta. “Sintomi come iperattività, impulsività, difficoltà di concentrazione, uso precoce di sostanze d’abuso, indicavano chiaramente un coinvolgimento del sistema dopaminergico, che gioca molti ruoli nel cervello tra cui la capacità di attenzione e di controllo, la regolazione delle emozioni e della motivazione. Però tutti gli studi clinici e preclinici condotti sino a quel momento” spiega ancora Melis “guardavano a dove la dopamina viene rilasciata, e non ai neuroni che la rilasciano”.

Da qui nasce l’intuizione vincente del gruppo cagliaritano, che si inquadra all’interno di una cornice di indagine ben precisa, quella dei meccanismi di vulnerabilità legati ai disturbi neuropsichiatrici, come ansia, depressione, tossicodipendenza, alcolismo, schizofrenia, il cui esordio precoce dipende dall’interazione tra fattori biologici ed ambientali. “Tra i fattori ambientali ce ne sono alcuni che possiamo controllare e modificare, tra cui l’uso di farmaci in gravidanza”, spiega ancora la Melis. “Ho capito quasi subito di essere sulla buona strada, perché già nel 2015, ad un anno dall’inizio della ricerca, riscontrai come le alterazioni funzionali di questi neuroni fossero paragonabili per intensità a quelle dell’esposizione in utero alla cocaina e all’alcool”.

Il lavoro è poi è stato ampliato con l’uso di altre metodiche, sia in dipartimento che in collaborazione con l’istituto sperimentale di medicina a Budapest e l’università del Maryland a Baltimora. “Tutto era internamente coerente: questi piccoli ratti che apparentemente sembravano normali avevano in realtà un sistema dopaminergico iperattivo, che di per se è una caratteristica di vulnerabilità a diversi disturbi psichiatrici quali ADHD, tossicodipendenza, schizofrenia. In preadolescenza, cioè durante un’ importante finestra di vulnerabilità nel neuro sviluppo, si mostravano particolarmente sensibili agli effetti del Thc. Questo è importante per 2 motivi”, continua la Melis.

“In primo luogo perché studi recenti hanno riscontrato un associazione tra bambini fra gli 8 e i 10 anni predisposti a episodi psicotici ed esposizione prenatale alla cannabis; in secondo luogo esiste una fascia della popolazione che quando fa uso di derivati della cannabis ha sintomi psicotici o diventa schizofrenico. Potremmo avere svelato Quindi il fattore predisponente nella fascia vulnerabile, anche perché c’è molta familiarità e non sempre questo è ascrivibile a fattori genetici. Questo è il primo motivo per cui il nostro studio è finito nella seconda rivista più importante nell’ambito delle neuroscienze il secondo”, prosegue ancora Melis “è che abbiamo trovato una potenziale cura”. “Trattando i piccoli con un farmaco che è approvato dalla Fda (Food and Drugs Administration, l’Agenzia americana per l’uso di sostanze) per la schizofrenia, l’autismo nell’adulto, la dipendenza da cannabis siamo stati in grado di correggere le alterazioni del sistema dopaminergico e quindi a eliminare questa sensibilità al THC . Sono modificazioni a livelli molecolare, cellulare, di circuiti. Ripeto: tutto internamente coerente”. La ricerca non finisce qui, ma sarà ora estesa ad ampio raggio in tutto l’ambito dei meccanismi di dipendenza.

L’abstract dello studio

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