Il 53% delle coperture della prossima manovra, che vale circa 30 miliardi, sarà in deficit: l’indebitamento salirà di oltre 16 miliardi rispetto al livello “tendenziale”, quello che si sarebbe registrato senza interventi. Il resto delle risorse arriverà per poco più di 11 miliardi da maggiori entrate e solo per 2,7 miliardi da revisioni di spesa. E’ il quadro definitivo che emerge dal Documento programmatico di bilancio inviato dal governo alla Commissione Ue, che lunedì ha inviato a Roma una richiesta di chiarimenti. “Non vengono fatti passi avanti nel rafforzamento nei conti pubblici italiani”, sottolinea l’Osservatorio sui conti pubblici presieduto da Carlo Cottarelli nelle sue osservazioni sul Documento. Il deficit strutturale (cioè al netto del ciclo economico e delle una tantum) infatti peggiora di 0,1 punti invece di ridursi di 0,6 punti come richiesto e il debito pubblico è previsto ridursi pochissimo, dal 135,7 al 135,2% del pil. Nonostante questo “appare probabile che il giudizio della Commissione possa essere sostanzialmente positivo, vista la flessibilità inclusa nelle regole europee” e considerato che “la distanza fra ciò che l’Italia fa e ciò che dovrebbe fare” in termini di riduzione del deficit “è notevole, ma probabilmente non tale da far scattare il giudizio di deviazione significativa“.

Sale il ricorso al deficit perché il livello tendenziale è calato – Il ricorso al deficit è superiore rispetto alla cifra – circa 14 miliardi – che risultava dalla Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza. Questo perché il valore tendenziale, nel Dpb, scende dall’1,4 all’1,3% del pil grazie al miglioramento dell’avanzo primario (effetto delle entrate fiscali superiori al previsto) e alla riduzione degli interessi sul debito. Visto che il deficit programmatico – quello che deriva dalle misure che verranno inserite in manovra – resta al 2,2%, la distanza si allarga a 0,9 punti di pil, oltre 16 miliardi. L’Osservatorio sui conti sottolinea però che “l’obiettivo di deficit per il 2020 è invariato rispetto al preconsuntivo 2019 al 2,2 per cento del Pil. In questo senso, non c’è stato un rilevante “finanziamento in deficit”, né rispetto ai piani inviati alla Commissione Europea né rispetto al 2019″. L’ovvia conseguenza è che “dal punto di vista macroeconomico, la manovra è sostanzialmente neutrale. E’ espansiva se valutata rispetto al tendenziale comprensivo dell’aumento dell’Iva, ma – ciò che conta per l’effetto della politica di bilancio sulla crescita – è neutrale rispetto all’anno precedente”.

Le altre coperture: da spending review solo 2,7 miliardi – E le altre coperture? Dalla lotta all’evasione fiscale nel 2020 sono attesi a conti fatti solo 3,2 miliardi. “La revisione delle tax expenditures, di cui molto si è parlato nei mesi scorsi, porta in dote soltanto 200 milioni nel 2020 (e poco di più nel biennio successivo)”, avverte l’Osservatorio. Poi si aumenta il prelievo su slot machine e videolotteries per circa 600 milioni di gettito aggiuntivo atteso. Dalla revisione dei sussidi dannosi per l’ambiente e dalla plastic tax dovrebbero arrivare circa 2 miliardi. Altri 1,6 miliardi li pagheranno le banche per effetto del blocco della deducibilità di alcuni crediti di imposta. Oltre 3 miliardi sono classificati come “altre entrate”, senza dettagli. Infine gli interventi di spending review valgono 2,7 miliardi. “Viene confermata la poca ambizione in termini di tagli alla spesa pubblica attraverso misure di revisione della spesa”, commenta il team di Cottarelli.

Aumenti di tasse per 8 miliardi – Per quanto riguarda le uscite, come è noto oltre 23 miliardi sono assorbiti dalla sterilizzazione totale delle clausole Iva per il 2020. La pressione fiscale complessiva scende dal 42,7 tendenziale al 42 per cento del Pil, quasi esclusivamente per effetto dello stop agli aumenti dell’imposta sul valore aggiunto. Ma rispetto al 2019 sale dello 0,1%. “Senza considerare la sterilizzazione delle clausole Iva”, si legge nell’analisi dell’Osservatorio, “il nuovo governo individua misure che aumentano la pressione fiscale per un ammontare di circa 11 miliardi che, al netto della riduzione del cuneo fiscale (unica misura che incide positivamente sulla riduzione della pressione), si attestano ad 8 miliardi (circa lo 0,4 per cento del Pil)”. Quanto all’Iva, attenzione perché il pericolo non è del tutto scampato: l’anno prossimo non aumenterà, ma per il momento il governo disattiva solo 10,4 dei 28,8 miliardi di rincari previsti dalla legislazione vigente dal 2021. E per il 2022 rimangono addirittura 25 miliardi da disinnescare, sui 29 lasciati in eredità dai governi precedenti.

Poche misure espansive – Le poche risorse che restano “vengono utilizzate per aumentare gli investimenti di 700 milioni tra quota nazionale e quota locale, e per ridurre le tasse sui redditi da lavoro”. Per il taglio del cuneo fiscale sui lavoratori dipendenti a partire da luglio 2020 ci sono 3 miliardi (che salgono a 5 nel biennio successivo). Altri 4 miliardi complessivi finanziano “micro-misure” come la riduzione del superticket sanitario, il rifinanziamento del Piano Industria 4.0 e delle politiche invariate, misure a sostegno delle famiglie e dei diversamente abili, rilancio degli investimenti nazionali e territoriali. Il cashback per chi paga con strumenti tracciabili comporterà una maggiore uscita solo dal 2021, quando partiranno i rimborsi.

Preoccupa la riduzione dell’avanzo primario… – Il “rinvio di un’azione incisiva sui nostri conti pubblici”, secondo l’Osservatorio, “è comprensibile vista l’attuale debole fase congiunturale” anche se “destano preoccupazione alcune tendenze in atto”: “L’avanzo primario, che rappresenta le risorse disponibili per il servizio del debito pubblico, si riduce ulteriormente, scendendo sui livelli minimi del decennio“. E il pareggio di bilancio, “richiesto dall’articolo 81 della Costituzione, al netto di effetti ciclici, viene rinviato al periodo al di fuori dell’orizzonte di programmazione”. Questo “comporta il dover fare maggiore affidamento alla speranza che i tassi di interesse rimangano bassi. Infatti si ipotizza che la spesa per interessi continui a diminuire dal 3,4 per cento del Pil nel 2019 fino al 2,9 per cento nel 2022. Un’inversione di tendenza sarebbe disastrosa per la tenuta dei nostri conti”. Inoltre “prosegue la tendenza a rinviare l’individuazione di adeguate coperture all’anno successivo a quello di bilancio”. Tutto considerato, “chi giudicasse le prospettive dell’Italia solo sulla base dei numeri contenuti nei documenti ufficiali stenterebbe a cogliere i segni di una ritrovata consapevolezza della serietà dei rischi che incombono sulla nazione per via della mole ingente del debito pubblico”.

…ma la deviazione del deficit dall’obiettivo non è “significativa” – Tuttavia il centro studi di Cottarelli prefigura un giudizio positivo in sede europea in quanto “la distanza fra ciò che l’Italia fa e ciò che dovrebbe fare è notevole (0,6 punti di Pil), ma probabilmente non tale da far scattare il giudizio di “deviazione significativa”. A ciò si aggiunge la richiesta dell’Italia di una ulteriore flessibilità, pari allo 0,2 per cento, a fronte dei previsti investimenti contro il dissesto idrogeologico e per la messa in sicurezza del territorio, rispetto al rischio sismico, e della rete stradale, in seguito al crollo del ponte Morandi“.

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