Come vuole la migliore tradizione degli ultimi 30 anni, anche quest’anno la legge finanziaria andrà a contenere aumenti di tasse e imposte. La pressione fiscale è sempre stata lo strumento di governo prediletto della sinistra, perché consente di rastrellare quante più risorse possibili da re-distribuire in assistenza e perché, usata come arma impropria nei confronti dei più abbienti, soddisfa la pulsione ideologica per la quale la ricchezza va punita; anche i ricchi piangano, secondo la vulgata della parte più ideologizzata.

Pertanto non sorprende che l’alleanza tra un Pd più appiattito a sinistra e i populisti del reddito di cittadinanza, in barba alle numerose dichiarazioni circa il carico fiscale troppo alto, partorisca nella pratica incrementi di tasse.

Pensando probabilmente che i cittadini siano stupidi, alcuni incrementi sono mascherati da riduzione delle detrazioni, il che forse dovrebbe, secondo un pensiero abbastanza debole, renderli meno evidenti. In realtà il cittadino medio capisce benissimo che non poter detrarre le spese sanitarie equivale per chi le ha ad avere un’aliquota marginale più alta di prima e la sensazione ancora più sgradevole, il pessimo odore della misura, è provocato dal pensiero che con questa misura piangeranno di più i ricchi meno sani e quelli più anziani, cioè coloro che hanno più bisogno di assistenza sanitaria. In pratica il governo ha varato una tassa sulla non salute: più ti ammali e più io ti tasso.

La tassa sulla malattia sarà inoltre, come ben si attaglia a una sinistra ideologica, fortemente progressiva, anzi, peggio che progressiva, dato che sembra che scatterà in modo subitaneo a partire da un reddito di 120mila euro lordi annui.

Oltre alla bieca distorsione di far piangere i ricchi meno sani e più anziani, la norma ha un’altra e forse peggiore caratteristica e cioè va a colpire proprio le categorie che la sanità già pagano due volte: la prima finanziando il sistema per se stessi e per tutti gli altri, la seconda pagando ticket sulle prestazioni che vengono erogate dal sistema che loro stessi hanno già interamente finanziato; ciliegina sulla torta, ora ci sarà un terzo balzello.

Come l’eccellente studio annuale di Itinerari Previdenziali mette in evidenza, il costo pro capite della sanità è stato in Italia per il 2017 di 1.878 euro ed è molto interessante capire da chi vengono finanziati i relativi circa 112 miliardi di euro necessari a garantirla a circa 60 milioni di cittadini.

Non dai circa 19 milioni di cittadini che non hanno compilato una dichiarazione dei redditi nel 2017 (non contribuenti). Né dal milione circa di contribuenti che pur compilando la dichiarazione hanno dichiarato reddito zero. Né dagli oltre 9 milioni di contribuenti con reddito dichiarato compreso tra 0 e 7.500 euro, che hanno versato un imposta media di 53 euro. Neppure dai contribuenti con reddito dichiarato tra 7.500 e 15mila euro (oltre 8 milioni) che hanno versato un imposta media di 578 euro. E interamente neppure dai quasi sei milioni di contribuenti con reddito dichiarato tra 15 e 20mila euro che hanno versato in media 1.661 euro.

Quindi circa 43 milioni di cittadini, tra i quali stanno comodi gli evasori fiscali totali e parziali, utilizzano un sistema sanitario finanziato per loro totalmente o parzialmente da altre entrate e fin qui niente di male, si tratta di una corretta dinamica sociale in base alla quale i più abbienti sussidiano i servizi essenziali dei meno abbienti.

Andando a guardare la distribuzione del carico fiscale tra i rimanenti 17 milioni circa di contribuenti, si nota come quelli con reddito superiore a 100mila, cioè coloro che non potranno detrarre neppure all’aliquota minima del 19% le spese sanitarie, pur costituendo solo il 2,7% di coloro che versano imposte sufficienti a coprire il proprio costo per la sanità, paghino circa il 20% del totale, mentre i redditi tra 20mila e 100mila euro, pur costituendo il 97,3%, contribuiscono per l’80%. Anche qui, niente di male, più o meno, l’imposta è (fortemente) progressiva in modo socialmente solidaristico.

Sorge però spontanea una domanda: a questo 2,7% di contribuenti che si pagano tutta la sanità, pari all’1,13% di tutti i contribuenti e allo 0,7% dei cittadini tutti, che sono soggetti a ticket che a rigor di logica non dovrebbero pagare a un sistema che finanziano interamente, è corretto, ragionevole e necessario andare a vietare di detrarre le spese sanitarie?

Non è necessario dal punto di vista del gettito che, stante il basso numero di persone (meno di 500mila), sarà inevitabilmente irrisorio nel panorama di una finanziaria; non è ragionevole in quanto è un balzello esclusivo proprio per coloro che hanno ampiamente finanziato il sistema e, infine, è assolutamente scorretto in quanto discrimina tra sani e meno sani.

Come effetto collaterale, infine, incentiva gli evasori, i quali troveranno nelle misure di questo governo ulteriori motivi per non emergere dall’economia in nero che dà loro privilegi sotto forma di esenzioni e detrazioni.

Resta solo la motivazione ideologica: piangano un po’ di ricchi accertati. Motivazione ricorrente e popolare tra Cinquestelle e sinistra, i quali hanno in comune l’avversione al riconoscimento del merito. Quest’ultimo è però un fattore determinante nello stimolare a darsi da fare. Chi pensa di avere il potenziale per arrivare a redditi da oltre 200mila euro vorrebbe avere la ragionevole certezza di poterseli godere a valle della necessaria solidarietà sociale; veicolare il messaggio che lo Stato tartassa ideologicamente quei redditi è un invito a emigrare alle persone con potenziale.

Peccato che è proprio di queste persone che la nostra nazione ha bisogno in prospettiva. Accompagnarle alla porta mentre si danno altri motivi agli evasori per continuare non pare una buona idea.

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