Consiglio dei ministri slittato per divisioni nella maggioranza di governo. Quello che nel tardo pomeriggio sembrava essere solo un retroscena, in serata è diventato ufficialità grazie alle dichiarazioni dei rappresentanti Cgil, Cisl e Uil, che al termine dell’incontro al Mef sulla manovra hanno prima ribadito che “Quota 100 non si tocca”, per poi ammettere candidamente che sul punto “il Governo è ancora diviso e sta valutando”. Da qui il rinvio del cdm da cui passerà la Legge di bilancio, che doveva essere convocato per il pomeriggio di oggi e invece è slittato alle 21 di domani, 15 settembre, a sole tre ore dal termine ultimo per l’invio del testo della manovra all’Unione europea. Entro mezzanotte, infatti, da Palazzo Chigi dovranno partire i documenti con le misure che il governo intende mettere in campo. In tal senso, il consiglio dei ministri, a quanto si apprende da fonti di governo, dovrebbe dare il via libera solo al Documento programmatico di Bilancio, ovvero una sintesi della legge di bilancio da inviare all’Europa. Il decreto fiscale e l’articolato complessivo della manovra dovrebbero essere approvati in un successivo Cdm che si terrà, con ogni probabilità, lunedì 21. Nel mezzo, però, c’è da risolvere la prima, vera grana all’interno dell’alleanza che sostiene l’esecutivo Conte 2. Uno scontro durissimo tra Pd e M5s, con Italia Viva pronta a metterci il carico, e la “quasi intesa” sulla legge di bilancio raggiunta domenica notte in un lungo vertice è tornata in bilico.

La guerra delle fonti – Secondo quanto riferito dalle agenzie di stampa, il motivo delle frizioni tra Movimento 5 Stelle e Partito democratico è la trincea eretta dai pentastellati contro l’aumento delle tasse e per il taglio del cuneo alle imprese. Al centro del confronto nel governo, hanno riferito fonti qualificate, le imposte sulle schede ricaricabili Sim, la cancellazione retroattiva della detraibilità del 19% sull’Irpef e la volontà di rivedere quota 100. Tutte proposte avanzate dal Pd e su cui il M5S invece non ha alcuna intenzione di indietreggiare. “I Cinque stelle non vogliono l’aumento degli stipendi, per salvare quota 100. Ma come ha detto Franceschini poco fa (e ritwittato dal segretario Zingaretti, ndr), all’intervento per i lavoratori noi non rinunciamo” ha detto una fonte dem all’agenzia Ansa, a testimonianza del clima di muro contro muro che si è venuto a creare. Sempre dal Pd, poi, hanno fatto sapere di non aver mai proposto l’abrogazione di Quota 100, bensì alcune finestre di rinvio che possono servire per evitare l’aumento dell’Iva.

Gli altri nodi da sciogliere – Nella guerra delle fonti, anche il M5s non è restato a guardare, dicendosi pronto al braccio di ferro sulle tasse: nessun aumento di tasse sulle Sim ricaricabili aziendali (misura che porterebbe gli imprenditori a pagare 6-8 euro in più per ogni dipendente), stop alla cancellazione retroattiva delle detraibilità Irpef (che penalizzerebbe chi ha fatto delle spese pensando di potrebbe detrarre) e nessuna revisione di Quota 100 o delle ‘finestre’, perché significherebbe creare nuovi esodati. Sullo sfondo del botta e risposta, poi, restano tanti nodi, dal carcere agli evasori fino alle “micro tasse” denunciate da Matteo Renzi. Il ministro Roberto Gualtieri ha aumentato fino a 3 miliardi le risorse per alleggerire le buste paga. Ma il risultato è poca roba, secondo Luigi Di Maio (Renzi concorde). Il M5s ha chiesto di cambiare la misura: tagliare le tasse anche alle imprese per inserire il salario minimo in manovra. Dal Pd Dario Franceschini ha risposto di no.

Una giornata di tensioni: la cronaca – L’insofferenza pentastellata era iniziata a filtrare mentre Gualtieri riceveva i segretari di Cgil, Cisl e Uil al ministero dell’Economia: ha illustrato il piano da 6 miliardi di taglio alle tasse sul lavoro dal 2021 (3 miliardi nel 2020) e ha aperto a uno sblocco, seppur minimo, dell’indicizzazione delle pensioni (rivalutazione piena da 1500 a 2000 euro). Ma al M5s non è andata la mancanza nella legge di bilancio del salario minimo da 9 euro. “Vogliono fare una marchetta alla Cgil – ha detto una fonte pentastellata – e dare 40 euro in più per poi tassare le imprese di tre miliardi. Ma devono ricordare che i numeri in Parlamento sono i nostri”. Da Italia viva stessa posizione: “C’è un’impostazione ‘comunista’ per cui fai tutte micro misure ma avremmo dovuto mettere 3 miliardi tutti sulla famiglia“. Franceschini nel frattempo ha riunito i ministri Dem: “Per noi è irrinunciabile l’aumento degli stipendi grazie alla riduzione delle tasse”.
Lo scontro tra M5s e Pd, però, è anche sul carcere agli evasori. Di Maio lo ha detto dal Lussemburgo: vuole che nel decreto fiscale ci sia un inasprimento delle pene per gli evasori e anche la confisca dei beni sul modello di quelli mafiosi. Ma i dubbi sono numerosi negli altri partiti di maggioranza: per ora il M5s ha respinto la mediazione di Zingaretti che mirava ad affrontare la questione evasori in un ddl collegato.

Tutti contro tutti (tranne che sul fondo famiglie) – Lo scontro è norma su norma. I renziani si sono opposti a un obbligo di doppio conto corrente per le partite Iva nel dl fiscale. Il M5s ha detto no a un intervento retroattivo sulle detrazioni, ma dal Pd hanno ribattuto che ogni misura sarà per il futuro. Tutti d’accordo, invece, sull’istituzione di un fondo per la famiglia, viatico all’assegno unico per i figli. Ma su come realizzare poi l’assegno già si litiga e ci si contende la paternità della misura. A tarda sera, poi, i rappresentanti dei partiti sono arrivati a Palazzo Chigi per un vertice che era stato ipotizzato a ridosso del Consiglio dei ministri: una volta entrati, però, hanno scoperto che il summit era stato sconvocato. Il motivo? Stando a quanto fatto trapelare dai dem, sarebbe stato il Movimento 5 stelle a farlo annullare, con il Pd “infastidito” dalla scelta “di far saltare gli incontri invece di risolvere i problemi”. Il Pd sarebbefelice” – ha detto un esponente dem all’Ansa – “di evitare di toccare le finestre di quota 100 ma vanno trovate risorse alternative”: non si può pensare di “gravare sul taglio del cuneo fiscale”. Un vertice potrebbe esserci in mattinata o più probabilmente nella sera di martedì, dopo il ritorno di Conte dall’Albania. E in tarda serata l’ipotesi più probabile è che alla fine il governo approvi solo il documento programmatico di bilancio, che va inviato a Bruxelles entro la mezzanotte del 15 ottobre. L’unica certezza è che la “compattezza” della maggioranza di cui Conte aveva parlato da Avellino appare una chimera.

Le parole di Di Maio – “Questa deve poter essere una manovra che unisce, non che divide” ha detto a sua volta Luigi Di Maio. Il quale in una nota ha sottolineato che “è evidente che l’esecutivo non potrebbe mai sostenere un aumento delle tasse e men che meno un altro colpo ai pensionati con l’abrogazione di Quota 100. Non è neanche immaginabile mettere i pensionati contro i lavoratori – ha aggiunto il capo politico del M5s – sostenendo che bisognerebbe creare esodati per ridurre il cuneo fiscale”. Ribadendo che il governo ha “la responsabilità di unire il paese e non di dividerlo”, il ministro degli Esteri ha sottolineato che “da questi principi, sono certo che troveremo una quadra con il Pd”. Di Maio, poi, ha passato in rassegna “diversi obiettivi raggiunti” con il Pd: “Il primo passo verso l’assegno unico alla famiglie e l’abolizione del super ticket, a dimostrazione che con il dialogo e il senso di responsabilità questo è un governo che va spedito. Ritengo che, indipendentemente dalle diverse opinioni su alcuni temi, si possa sempre trovare un punto di incontro. Pertanto – ha concluso – invito tutti a dialogare serenamente, con la necessità di dare immediate risposte ai cittadini“.

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